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Bianca

Bianca

Riporto di seguito l'intervista proposta al Maestro Daniele Pasini in merito al metodo MusicArte da lui sviluppato, che ho già introdotto in un precedente articolo.

L'intervista in oggetto è stata inserita in un paragrafo dedicato a MusicArte all'interno della mia Tesi di Laurea, che indaga le relazioni profonde tra la Matematica e la Musica, ricerca le possibili intersezioni tra Intelligenza Matematica e Musicale in relazione alla Teoria delle Intelligenze Multiple di Gardner, ed esplora le implicazioni didattiche di questo connubio nella scuola dell'infanzia e soprattutto primaria, con l'obiettivo di favorire l'inclusione e l'interdisciplinarità. Proprio in quest'ottica, prima di parlare delle mie esperienze personali, ho inevitabilmente indagato i metodi e le metodiche di precedente esplorazione. Tra questi, ritengo che il metodo di Pasini, oltre ad essere intrinsecamente affscinante e interessante, sia probabilmente il più completo, soprattutto in merito alla scuola primaria, come spiego nella mia Tesi in modo più approfondito.

  1. La prima domanda che vorrei porti riguarda cosa ti ha spinto a scegliere di insegnare. Tu hai scelto per la tua Tesi di Laurea un argomento particolarmente interessante, l'Infinito Matematico di Georg Cantor e avevi alle spalle diversi concerti e un primo premio di composizione. In quel periodo avevi già iniziato a pensare alla possibilità di sviluppare e utilizzare nella didattica un metodo che potesse racchiudere tutte le connessioni che, come abbiamo visto, riesce a racchiudere MusicArte?
    Insegnare è frutto di un lungo percorso in cui sono intervenute persone importanti. Ai tempi in cui frequentavo il Conservatorio alcuni professori - tra cui il mio - avevano la mentalità secondo la quale bisognava scegliere: o il Conservatorio o le scuole superiori. Mia madre si oppose a questa mentalità, litigò con il professore di flauto e disse: "mio figlio farà le Magistrali". Da lí è cominciato tutto il percorso. Un altro tassello fondamentale è stato costituito da amici che mi hanno incoraggiato ad iscrivermi in Scienze della Formazione Primaria, perché pensavano che io potessi essere portato per tale mestiere. Onestamente non pensavo di essere in grado di insegnare, ero in generale molto sfiduciato, ma ciò che mi ha dato la carica è stato il primo esame di Logica e Fondamenti della Matematica, che mi riservò un bellissimo voto. Da allora ho preso coraggio e pian piano mi sono appassionato all'idea dell’insegnamento. La tesi sull'Infinito Matematico è stata una scelta in cui ha avuto molta importanza l’esame di Didattica della Matematica, con il prof. Paoli, grazie al quale ho avuto modo di conoscere l’affascinante teoria dell’Infinito Matematico di Georg Cantor. Nel mio passato scolastico non ho mai amato la matematica, ma allo stesso tempo mi sentivo portato. Mio padre organista mi ha sempre illustrato i legami esistenti tra musica di Bach e matematica, ma a parte questi insegnamenti paterni serbavo grande ostilità. Come specificato dal Prof. Paoli nel giorno della mia laurea, grazie alla  tesi è avvenuta la mia definitiva riconciliazione con la matematica. Da questa riconciliazione è scaturito il mio primo CD, dal titolo “AlephZero”, in cui l’Infinito Matematico è evocato da una marea di suoni sovraincisi che si intersecano l’uno con l’altro.
    Dal momento in cui ho cominciato ad insegnare non ho mai pensato a un Metodo in senso stretto, poiché per l'ideazione sono intervenute altre esperienze e coincidenze negli anni seguenti. Sentivo, tuttavia, da diversi anni, l’esigenza di dover scrivere qualcosa, perché ero affascinato dai legami esistenti tra le varie discipline (cercavo, ad esempio, un nesso tra la musica di Also sprach Zarathustra, il libro di Nietzsche e il film Odissea 2001 nello spazio) e, soprattutto, condividevo pochissimi approcci delle didattiche musicali moderne che andavano per la maggiore.
    La risposta a questo mio "sentire" è arrivata, tuttavia, diversi anni dopo, quando io e mia moglie siamo tornati dalla Toscana, ho cominciato a insegnare a Quartu Sant'Elena e mi sono iscritto a un corso di apnea e di disegno.
  2. Come e quando nasce il metodo, quali sono state le maggiori fonti di ispirazione, e qual è lo sfondo pedagogico di MusicArte?
    Prima che nascesse l'idea di un Metodo, un'ottima formazione musicale familiare mi ha preparato alle tante idee sperimentate nella mia didattica quotidiana e, di conseguenza, espresse nei miei 5 libri.
    Prima di tornare in Sardegna dalla Toscana, dissi a mia moglie: "se riusciamo a tornare, voglio fare un corso di apnea". Non so da dove fosse nato questo desiderio, forse dalla visione del film "Le grand bleu", sta di fatto che la pratica dell'apnea è stata una delle fonti di ispirazione (alcuni esercizi con le vignette, tra cui la decalcatura e copiatura con “opzione-giro”, mi sono stati ispirati dall’esercizio del “girarrosto”, in cui dovevamo pinneggiare roteando, ogni 3 o  4 pinneggiate, di 90° in senso orario).
    Alla pratica dell’apnea si è aggiunta la decisione di frequentare un corso di disegno presso la Scuola d'Arte "Artemisia", a Quartu Sant'Elena.
    Io avevo un cattivo rapporto sia con lo sport sia con il disegno ed ero convinto di non essere capace di disegnare. Ho deciso di vincere le mie difficoltà e ne è valsa la pena, perche l’apnea è uno sport meraviglioso e nel disegno continuo tuttora a perfezionarmi con Enrico Deiana, eccezionale artista di Olbia.
    E, cosí, siamo a due fonti di ispirazione che hanno contribuito in maniera determinante alle idee didattiche che ho messo in campo e continuo a mettere in campo nelle mie classi. La sola formazione musicale non bastava, visto e considerato il carattere fortemente interdisciplinare del Metodo che è scaturito negli anni a venire.
    A queste esperienze si è aggiunto il passaggio dal sostegno al posto comune. Proprio nel momento in cui ho deciso di intraprendere questo importante passaggio, la Dirigente (Dott.ssa Tiziana Maria Diomedi, che non ringrazierò mai abbastanza) decise di assegnarmi Musica in tutte le classi, Arte e Immagine in alcune e potenziamento nelle restanti ore.
    Tutte queste novità hanno fatto sì che nella mia mente esplodessero letteralmente tantissime idee, a partire da un'intuizione iniziale: "lo spartito musicale è un disegno".
    I pentagrammi a mano libera e le griglie a mano libera (prima sul quaderno poi su foglio bianco) sono state le prime attività a cui hanno fatto seguito tantissime altre idee inarrestabili, che non riuscivo a frenare. Ogni settimana entravo in classe con un'idea diversa. Solo al termine del secondo anno delle prime ma significative sperimentazioni, mi sono reso conto che erano idee realmente nuove, di un nuovo modo di vedere e concepire la musica e l'Istruzione musicale. Erano le idee fresche, sperimentate giorno dopo giorno, tra tentativi ed errori, di un nuovo Metodo.
  3. Quali aspetti del metodo ritieni siano di maggior importanza dal punto di vista formativo, con particolare attenzione alla promozione dell'inclusione e dell'interdisciplinarità?
    Gli aspetti più importanti del Metodo sono:
    1)    La lettura delle note con strumento compensativo;
    2)    La creazione di schemi delle scale maggiori e minori con i nomi delle note scritti in stampato MAIUSCOLO o minuscolo e grassetto: questo modo di rappresentare i nomi delle note è un chiaro riferimento visivo (poiché anche la tastiera è un disegno, formato da rettangoli) alla grandezza dei tasti e, quindi, si configura come un altro efficace strumento compensativo e dispensativo;
    3)    L'importanza data al metronomo che, di fatto, è lo strumento di misura escluso dall'Istruzione. Lo conoscono in pochissimi e ancora meno persone sanno e hanno compreso l'importanza di questo fondamentale strumento di misura nella formazione di un bambino;
    4)    L'attenzione data al calcolo dei salti, che permette una maggiore autonomia nella lettura delle note;
    5)    L’attenzione data all’interdisciplinarità della musica. La musica dev'essere insegnata come disciplina legata alle altre discipline. Il problema della musica, ancora oggi in Italia (non posso parlare degli altri stati, ma mi rendo conto che molti di essi sono avanti anni luce rispetto a noi), è che questa meravigliosa disciplina viene insegnata solo come musica, quindi totalmente scollegata dalle altre discipline. Alcune volte viene collegata con altre discipline ma, a mio avviso, sono collegamenti poco importanti che non vanno mai al cuore del problema, ovvero: "come mai l'alfabetizzazione musicale su uno spartito vero non viene presa in considerazione sin dai 6 anni?". Nella lingua italiana vengono alfabetizzati, in matematica conoscono i numeri e imparano a svolgere autonomamente operazioni (sin dall'infanzia conoscono anche le figure geometriche), in inglese vengono alfabetizzati, nel corso di un ciclo di scuola primaria imparano a realizzare le mappe concettuali, ma in musica si resta fermi alle canzoncine, body percussion e poco altro, come se il linguaggio musicale non fosse degno di essere imparato! Non è discriminazione, questa?;
    6)    Lo spartito musicale, un qualsiasi spartito musicale, deve essere trattato come un libro normale. Nella lettura di uno spartito bisogna essere indipendenti, come lo si è con un libro normale. Come tu hai ben riportato ciò che ho scritto nei libri, Bianca, nello spartito ci sono tutte le informazioni per leggere le note e immaginare i gruppi di suoni, ovvero le loro relazioni in senso sequenziale come pure verticale. Il bambino ha questo diritto fondamentale e non può essergli negato! Qualsiasi altra attività deve essere considerata di secondaria importanza. Prima di tutto viene la conoscenza dello spartito e l’indipendenza nella lettura e comprensione della tastiera. Tutto il resto, secondo me, deve venire dopo, poiché è una naturale conseguenza.
  4. Tu hai la meravigliosa occasione ogni giorno di sperimentare il tuo metodo con i bambini nella scuola primaria. Il loro contributo e il loro riscontro sono fondamentali per lo sviluppo e il perfezionamento di MusicArte. Quali riscontri hai avuto in questi anni e quali criticità si sono verificate? Quali contributi dei bambini ritieni maggiormente interessanti e di più grande importanza per l'evoluzione del metodo?
    Hai ragione, Bianca, è veramente una meravigliosa occasione! Mi sento veramente un privilegiato ad insegnare esattamente ciò che mi piace insegnare! Non tutti, soprattutto alla primaria, hanno questa opportunità! Nella scuola primaria capita sempre di insegnare qualche disciplina che piace un po' meno. A me non solo piacciono entrambe, ma riesco a collegarle perfettamente!
    Senza il contributo dei bambini non sarebbe mai potuto nascere il Metodo. Ogni idea espressa nei miei 5 libri nasce dalla relazione con loro, dal loro impegno, dai loro errori e da tutte le correzioni che ho apportato in questi anni. Senza i bambini non avrei potuto mai scrivere neanche due righe come pure correggermi e rivedere alcune mie errate valutazioni. Quasi tutto, nei libri, è frutto di una sperimentazione e ognuna di esse nasce da una relazione tra me e tutti i bambini che sono passati e continuano a passare nelle mie classi.
    Se tornassi indietro non ripercorrerei mai certi passaggi che oggi valuterei come errori (in relazione agli obiettivi che mi prefisso ogni anno, nelle programmazioni annuali e settimanali), ma una cosa non è mai cambiata: l'approccio alla ricerca dell'indipendenza nella lettura di uno spartito musicale, un qualsiasi spartito musicale, perché il bambino ne ha diritto!
    Le criticità che si sono verificate non sono state poche. Da un lato l'eccesso di entusiasmo - che a volte mi ha portato erroneamente a chiedere troppo ai bambini o stressare i genitori, lo ammetto - e dall'altro lato, a volte, ho dato tante cose per scontate.
    Questo "dare per scontati tanti concetti” nasce dal fatto che, obiettivamente, il musicista allena continuamente il multitasking. Come non rimanere incantati dalle abilità di un qualsiasi strumentista? Quanti movimenti riesce a coordinare, insieme, il musicista, tanto da poter essere paragonato a un giocoliere? Ecco, succede che a causa di questo allenamento che porta noi musicisti a saper coordinare tanti movimenti, ci fa apparire banali delle competenze che per altri risultano come arabo.
    Facciamo un esempio concreto: non è mica scontato che la musica scritta sia un linguaggio che, sullo spartito, procede sempre verso destra ma che, con l'uso della logica, sa discriminare quando è il momento di andare verso destra o sinistra, sulla tastiera, a seconda che le note salgano o scendano. Questo non è per nulla scontato!
    La cosa bellissima della musica, per chi ha difficoltà con la lateralizzazione, è che l'orecchio è un grande strumento compensativo che compensa questo genere di difficoltà. Infatti, come specificato nella Tesi e nei miei libri, il movimento delle note verso l'alto o il basso descrive esattamente ciò che deve succedere al suono.
    Quindi, tornando alla formazione del musicista, la lettura delle note per noi è una competenza normalissima, facile oserei dire, ma gli altri vedono questo come qualcosa ai limiti dell’inarrivabile. Ci sono persone che chiudono letteralmente la porta della mente di fronte all'argomento “lettura delle note”.
    Ecco, io ho dovuto fare un lavoro continuo di semplificazione dei concetti basilari e, che vi sembri strano, lo sto continuando a fare. Trovo sempre nuovi modi per frantumare ogni singolo concetto in modo tale che sia compreso da tutti, ma proprio tutti!
    Questa è la maggiore criticità che mi spinge tuttora a trovare nuovi modi per spiegare concetti semplici. Una criticità che è stata una grande, enorme opportunità, soprattutto da quando ho deciso di scrivere libri, prima di tutto per mettere ordine in quel mare di idee che trapassavano, come treni frecciarossa, la mia mente.
    In merito ai contributi dei bambini, direi che mi lascio contagiare dal loro sguardo. I loro occhi, la loro genuina curiosità, sono la mia guida costante e, in alcune classi, sono le loro domande e iniziative spontanee a guidarmi nell'insegnamento, a dirmi "cosa devo fare".
  5. Il metodo MusicArte affronta profondamente le connessioni che intercorrono tra musica, arte e matematica. Questo è un aspetto ancora poco esplorato nella didattica, per quanto estremamente interessante e ricco di potenzialità. Sarebbe importante, nella formazione dei docenti, poter incoraggiare esplorazioni didattiche innovative come quelle che affronta MusicArte, in modo da realizzare sempre più concretamente le possibilità educative e formative dell'interdisciplinarità. Vorrei chiederti un parere da questo punto di vista. Tu, inoltre, proponi già dei corsi di formazione per gli insegnanti. Quali riscontri hai avuto e continui a ricevere?
    Il mio parere in merito è molto netto e senza mezzi termini: di esplorazioni didattiche ce ne sono anche troppe. C’è troppa confusione. Il mondo della didattica musicale, quello italiano soprattutto, è immerso in un mare magnum in cui non si capisce quali siano i concetti davvero importanti nell'Istruzione musicale della scuola primaria. Elenco, qui di seguito, alcune delle convinzioni riportate direttamente o indirettamente da parte di persone impegnate nella didattica musicale:
    1)    Le note (il linguaggio scritto dello spartito) vanno presentate il più tardi possibile. E perché mai?;
    2)    Un serio metodo musicale che si rispetti parte dal canto. E se a un bambino non piace cantare? È possibile che si rimanga ancorati al mondo fatato delle canzoncine e poco altro? Ora, capisco che un insegnante non specializzato si debba arrangiare (e tante colleghe l’hanno fatto assai egregiamente, riuscendo persino ad appassionare alla musica), ma per spiegare le note musicali e farle leggere non serve una laurea! In merito al canto e in base alla mia esperienza, in occasione dei saggi faccio realizzare semplici strumentini con i quali realizzare ritmi divertenti e faccio cantare, ma… se un bambino lo si fa lavorare sulla conoscenza delle note su spartito e tastiera, lo si rende indipendente!
    Suonare gli permette di educare l'orecchio e, se ha voglia, può cantare ciò che suona o cantare in generale. Chi glielo impedisce? È il linguaggio scritto che "sostiene" la consapevolezza nel canto. Io ho avuto ex alunni a cui non piaceva cantare: per loro il canto, quindi, era una penitenza. Viceversa, gli stessi alunni erano brillantissimi nella lettura delle note! Erano capaci di leggere le note con lo spartito al contrario!;
    3)    Per apprendere il linguaggio musicale bisogna passare prima da segni non convenzionali, anche per esplorare differenze tra suono e rumore. Dico io, se il linguaggio musicale sullo spartito presenta segni del pregrafismo che descrivono esattamente il comportamento dei suoni e delle pause, mi si può spiegare che bisogno c'è di inventare nuovi segni? Per l'alfabeto, per caso, si inventano segni grafici alternativi? Dopo un primo periodo di pregrafismo si passa subito a presentare le lettere, senza perdere neanche tanto tempo. I numeri...idem! Tutto il resto dell'Istruzione funziona in modo normale. Solo la musica viene trattata diversamente. È una disciplina oggettivamente diversa per una serie evidente - ma allo stesso tempo complessa - di motivi, ma la conoscenza del linguaggio musicale di base deve essere garantita!
    Un approccio davvero sbagliato è quello di pensare di educare alla musica solo con l'ascolto. L’ascolto è importantissimo, intendiamoci, ma è come pensare di educare alla lettura leggendo libri ai bambini senza mai insegnare loro a leggere. Il paradosso di questi approcci è evidente.
    Oltre a queste convinzioni (quelle che secondo me sono le più ricorrenti) c'è un proliferare di metodi musicali che sostiene queste ed altre convinzioni, ma in tutta questa straordinaria abbondanza di materiale manca totalmente il riferimento a una domanda: "cosa è importante per il bambino, affinché apprenda il linguaggio musicale?". La mia impressione è che si giri continuamente intorno al problema, perché forse questo genera una possibilità di creare materiali da vendere (per nulla necessari) che generano continua dipendenza da supporti esterni (tutorial). Intendiamoci, anche io ho creato tutorial, per aiutare a spiegare, ma l’obiettivo era spiegare meglio i criteri da prendere in considerazione per imparare ad essere autonomi e poter suonare. Questi approcci moderni hanno una validità che si riferisce esclusivamente a un determinato brano musicale o una determinata scheda, ma non risolvono il problema dell'indipendenza, che dovrebbe essere il bene supremo di una didattica davvero a misura di bambino. Per il suo esclusivo bene!
    Prima di qualsiasi approccio bisogna dire la verità, ovvero partire dallo spartito per dimostrare tutti gli elementi analizzabili, a portata di bambino, affinché si comprenda la ricchezza reale di uno spartito musicale. Non servono schede, non servono note colorate. Possono essere supporti, anche validi, ma le schede ci sono già e sono gli spartiti!
    Bisogna analizzare, osservare e far comprendere profondamente agli alunni! La musica è una Scienza, del suono, della grafica, del movimento ed è un linguaggio in cui le regole grammaticali di base (le alterazioni, per l’esattezza) sono molto più semplici di qualsiasi altra regola grammaticale esistente. Tali regole partono dall’osservazione del segno grafico come un disegno per comprendere cosa ci dice e desumere, in tal modo, la regola grafica.
    In merito ai corsi, finora ne ho tenuti 10. Molti partecipanti mi hanno dato ottimi feedback ed in genere tutti rimangono davvero stupiti da quanta ricchezza ci sia dietro uno spartito musicale. Molte persone vedono lo spartito come un elettroencefalogramma. È molto più decifrabile di quel che si pensi e tu, Bianca, nel corso del CAP. 3 come pure nella relazione del tirocinio, hai spiegato perfettamente alcuni passaggi fondamentali di alcune idee che ho messo quotidianamente in campo nelle mie classi.
    I miei corsi sono strutturati in 3 livelli: base, intermedio e avanzato. Finora ho tenuto solo corsi livello-base, che sono stati frequentati anche da musicisti, perché un conto è essere musicisti e tutto un altro conto è la didattica della musica. Noi musicisti abbiamo molto bisogno di imparare a non dare tanti concetti per scontati, perché per le persone normali leggere le note è qualcosa di astruso e dobbiamo tenerne conto!
    Tornando al proliferare dei metodi chiudo questa intervista (ringraziando Bianca e il prof. Paoli per la straordinaria opportunità) con una domanda: "i metodi esistenti sono riusciti nel far percepire, alle persone, che la musica è molto più alla portata di quel che si pensi?". Se la risposta è no, vuol dire che tutto ciò che è esistito finora ha fallito miseramente. Non è un problema musicale. È un problema squisitamente legato a una fasulla percezione, che il Metodo MusicArte si pone l'obiettivo specifico di risolvere, cercando di ridurre le distanze tra falsa percezione e verità, ovvero che “per comprendere la musica non serve essere dei geni”. La pratica strumentale è tosta, ma alla comprensione del linguaggio musicale di base ci arrivano tutti. La musica è realmente un linguaggio per tutti, come evidenziato anche nel titolo della Recensione che il mio Metodo ha ricevuto, sulla prestigiosa Rivista specializzata “Suonare news”, nel marzo 2020.

Sabato, 26 Agosto 2023 16:45

Breve riflessione

Oggi mi è capitato di leggere un post in cui si parlava di quanto accaduto nel 2021, quando un padre si è tolto la vita dopo averla tolta a suo figlio di due anni perché non sapeva che fututo avrebbe potuto avere, vista la recente, e non completamente certa per via della tenera età del bambino, diagnosi di disturbo dello spettro autistico.

È un argomento molto delicato. È vero che non si può giudicare, è vero che c'è un motivo che ha portato il padre ad agire così. Ma al di là di ogni realtà, la famiglia per prima dovrebbe riuscire a pensare che le cose possono cambiare, e che non è il bambino a non poter avere una vita ma è il mondo in cui vive a doverglielo permettere. Non c'è nulla di sbagliato in nessun bambino, ognuno nasce con le sue bellissime diversità e ognuno nasce con le sue stupende potenzialità. Sta a noi riuscire a vederle e aiutarli a farle emergere, e lo possiamo fare nel nostro piccolo, non è necessario che lo facciano già tutti. Piano piano le cose possono cambiare, ma devono anche iniziare a cambiare, sicuramente non cambiano di punto in bianco in tutto il mondo da un giorno all'altro. Intanto per le persone che ci stanno vicine possiamo fare noi la realtà, siamo noi ad agire e a fare la differenza. Perché un bambino può nascere e crescere senza alcuna diagnosi e non avere un futuro proprio perché è il suo personale percorso, con le sue personali esperienze ed interazioni, che lo mette su una o sull'altra strada. Un bambino, al contrario, può ricevere una diagnosi molto pesante in età precoce e avere un bellissimo futuro perché circondato da persone che riescono a vedere oltre, e riescono a permettergli di vivere, prima di tutto in famiglia e poi a scuola e negli altri contesti sociali, delle esperienze significative per la sua crescita. Personalmente sono amareggiata da molte realtà, ma non sono nemmeno lontanamente intenzionata a farmi influenzare negativamente da queste, io posso contribuire a cambiare la mia e quella delle persone con cui interagisco. E lo stesso possono fare tutti nel loro piccolo. In questo modo possiamo davvero cambiare le cose.

Lunedì, 06 Giugno 2022 09:49

Vecchi Giochi: Mosca Cieca

Ricollegandomi all'articolo sul libro "Homo Homini Ludus", vorrei provare a parlare di uno dei tanti giochi che non stancano mai e che hanno sempre un forte valore pedagogico: mosca cieca.

Immagino che sia abbastanza conosciuto da tutti, e anche chi non ha mai giocato, sicuramente ne avrà sentito parlare almeno una volta.

Il gioco è molto semplice:

  • un giocatore viene scelto a sorte per essere bendato e diventare "la mosca cieca",
  • viene disorientato dagli atri giocatori che lo spingono a girare più volte su sè stesso;
  • al via tutti i giocatori iniziano a muoversi liberamente nello spazio senza allontanarsi troppo (si stabilisce un perimetro prima di iniziare),
  • mentre il giocatore che ha il ruolo di mosca cieca deve riuscire a toccarli.
  • Quando la mosca riesce a toccare un giocatore, questo prende il suo posto (alternativamente, si può stabilire, come condizione, che per passare la benda al giocatore catturato, quest'ultimo debba essere prima riconosciuto, solo attraverso il tatto e con ancora la benda agli occhi, dalla mosca cieca)

Si possono creare numerose varianti del gioco, sempre rimanendo leali alle regole di base: un giocatore è bendato e deve toccare gli altri giocatori che scappano.

Possiamo stabilire che chi scappa non deve usare la voce o che, diversamente, possa attirare l'attenzione della mosca cieca dicendo "sono quì"; possiamo stabilire che chi scappa non debba toccare la mosca cieca oppure che possa toccarla velocemente per poi allontanarsi di nuovo; possiamo stabilire che la mosca cieca debba catturare e riconoscere tutti i giocatori che scappano e che venga sostituita dal primo o dall'ultimo; possiamo stabilire che, se i giocatori sono tanti, quando la mosca cieca riesce a catturarne (ed eventualmente riconoscerne) uno, divenga anch'esso mosca cieca sino a quando tutti siano stati catturati e non ci siano più giocatori che scappano; si può stabilire che la mosca cieca debba catturare ed eventualmente riconoscere tutti i giocatori e che chi viene catturato debba uscire dal perimetro di gioco sino a gioco finito, e la nuova mosca cieca potrebbe essere scelta a sorte come la prima tra i giocatori che non hanno ancora ricoperto il rulo.

Possiamo continuare all'infinito a stabilire queste variazioni, e qualunque variazione delle regole può rimanere leale al gioco purchè non si discosti eccessivamente e purchè sia accettata da tutto il gruppo. Infatti, LA DECISIONE ASSUNTA DAL GRUPPO TENDE AD ESSERE DAVVERO CONDIVISA e quindi eseguita lealmente e con favore da tutti. Inoltre, nel GIOCARE, il principio di LEALTA' rappresenta la precondizione essenziale e inalienabile per poter iniziare e proseguire il gioco stesso.

Sembra semplice, eppure non stiamo parlando solo di gioco, ma del fatto che la vita stessa è regolata proprio dall'equilibrio che si crea tra la stabilità e la possibilità di cambiamento (che devono coesistere senza eccedere, evitando sia l'eccesso di stasi, sia l'eccesso di trasformazione), tra

  • la ripetizione nella variazione (che ci invita a ritrovare connessioni e rimandi del qua vissuto nell'apparente manifestarsi del Diverso)
  • e la variazione nella ripetizione (che ci permette di essere creativi e divergenti nell'apparente ricrearsi dello Stesso).

E, per trovare questo necessario equilibrio, non serve infrangere o trasgredire le regole, ma allargarle e non lasciare che esse soffochino gli slanci inventivi e vitali e la potenza espansiva.

Se ritorniamo alla considerazione sul fatto che la nostra società sceglie la sicura sicurezza e si basa su di essa, è facile capire come il solo fatto di proporre il bendaggio e il movimento nello spazio senza disporre della vista, possa essere visto come una sfida alla nostra società del controllo e della fretta (che ha bisogno di correre, di competere, di meriti, di capri espiatori e di profitto, che percepisce il mondo come insito di rischi e pericoli, che ritiene pericoloso per i bambini giocare senza supervisione) e possa essere inteso come un modo per rallentare, per recuperare il tempo, per prendersi delle pause, per godere del tempo e del gioco nonchè della vita stessa.

Muoversi bendati:

  • richiede movimenti lenti, attenzione, concentrazione,
  • aiuta ad ascoltare il proprio corpo perchè tutti i sensi sono attivi e si acuiscono più della vista, permettendoci di sentire il nostro corpo immerso all'interno di uno spazio in cui si trova in un determinato punto, in una determinata posizione e si muove.

E questo, da un certo punto di vista e un pò paradossalmente, può anche significare che abbiamo bisogno di controllo, e se non possiamo averlo in un modo cerchiamo di averlo in un'altro, dunque siamo, si può dire, istintivamente portati ad agire proprio secondo una logica del controllo.

Ma anche solo abbandonando per un attimo il nostro modo di correre costantemente e incessantemente, possiamo:

  • recuperare un po' di noi stessi,
  • sperimentare la libertà del non dipendere per forza dalla fretta,
  • goderci il tempo,
  • affidarci alle persone che giocano con noi e cercare di fidarci di loro affinché ci tutelino e ci rassicurino nella nostra insicurezza, rendendo sicuro il contesto in cui dobbiamo muoverci (il mezzo più efficace attraverso cui imparare a decidere da soli, a determinare il proprio futuro, ad essere affidabili, non è altro che la pratica determinata e favorita dalla fiducia)
  • riprendere in mano le nostre emozioni, la nostra consapevolezza di noi stessi, la consapevolezza dei nostri limiti e della nostra impotenza (in quanto non possiamo tutto).

Dover fare le cose senza avere il controllo della vista, può permetterci:

  • di accettare questi limiti,
  • di comprendere che, nonostante tutto il nostro impegno per riuscire, ci sono, comunque, eventi che interferiscono,
  • di capire che nonostante i nostri limiti possiamo essere felici, se ci abbandoniamo all'idea di una vera libertà e proviamo a metterci in gioco per metterci in gioco, non per profitto e competizione, non per dovere, non per obbligo morale, ma per dovere nei confronti di noi stessi, che ci meritiamo di vivere in una società che non ci opprime ma che ci permette di giocare.
  • di giocare con le nostre paure in modo protetto, in contesti protetti, con la consapevolezza di aver scelto volontariamente di giocare e del fatto che si possa interrompere in qualsiasi momento, abbassando la benda.

Aggiungo, in allegato così come nel titolo, alcune immagini che hanno catturato la mia attenzione. Numerosi artisti hanno rappresentato nei loro dipinti, nei loro disegni, nelle loro opere, il gioco di mosca cieca. Alcuni sono intrisi di significato, di emozioni, di espressioni che mostrano quanto il gioco sia davvero un'attività seria, che permette di vivere e divertirsi, e rendono evidente l'attenzione che viene data a questa attività.

Non sono tanti i giochi che vengono rappresentati nel mondo dell'arte, mosca cieca è uno dei fortunati che sicuramente trasmette qualcosa.

Non tutti i significati che possiamo attribuirgli sono positivi, alcuni denotano aspetti negativi della nostra cultura, ma proprio per questo ci spingono a riflettere. In generale, come gioco (e come altri giochi quali 1,2,3 stella, o semplicemente la trottola, o ancora nascondino) può essere interessante sotto diversi punti di vista e ci permette di capire quanto il gioco sia importante, soprattutto per i bambini, come opportunità per sperimentare la vita stessa, le sue regole, le sue dinamiche (anche solo la questione dell'equilibrio tra stabilità e cambiamento), i dubbi che la riguardano, le difficoltà che la caratterizzano, le gioie che possono nascervi. Ci permette di capire quanto sia importante come mediatore con la realtà, per conoscerla e per avere consapevolezza di sé, del proprio essere nel mondo e in questa misteriosa e contraddittoria realtà, delle proprie emozioni e paure, dei propri limiti. Giochi come questo ci aiutano a superare la retorica del controllo delle emozioni, ci aiutano ad ascoltare il nostro corpo, ad abbandonare la logica del massimo profitto e l'idea di una società del benessere basata sulla sicura sicurezza e sul controllo (in cui istinti ed emozioni possono trovare spazio solo nella ricerca della vertigine e dell'estremo, nell'eccesso e nel trasgressivo, nell'assenza di limiti), ci aiutano ad abbracciare UN'ECOLOGIA DELLA LIBERTÀ, allenandoci a rallentare, ad andare piano, a non essere frettolosi, a fidarci. Tutto questo è possibile perché il gioco è un agire attento ai contesti e alle relazioni di interdipendenza, che non protegge le persone, ma le relazioni e i contesti, in modo che all'interno di contesti protetti la persona possa sentirsi libera di giocare e di esplorare e conoscere i suoi limiti, divertendosi e sentosi realmente protetto, perché è il contesto per primo ad esserlo, grazie alla lealtà dei giocatori per il gioco e per gli altri stessi giocatori. Infatti, nessuno giocherebbe con persone di cui non si fida o contro chi notoriamente bara. Rimanendo leali, possiamo leggere le soglie e comprendere se e quando è il momento di accettarle o di oltrepassarle, in un'area di sviluppo prossimale che ci permette di esplorare il limite delle nostre possibilità senza tendere all'eccesso.

Inoltre, è importante da sottolineare, con un gioco quale mosca cieca ci riappropriamo dell'esperienza tattile, fondamentale in quanto costituisce anche la nostra principale esperienza mentale. Con mosca cieca siamo invitati a toccare, afferrare, sfiorare. E questi sono solo alcune delle attività che si trovano alla base della coscienza di noi stessi. Noi interveniamo sul mondo toccando, la vista stessa è tatto. Ed è proprio per la mancanza di quest'esperienza che rincorriamo giochi estremi che non riconoscono più soglie e che ci fanno sognare l'impossibile, portandoci a negare che le capacità umane abbiano un limite e a tentare di superare il limite e di oltrepassare programmaticamente le soglie.

Nel gioco di mosca cieca, ritroviamo il concetto del giocatore che vive tra prossimità e distanza. Il gioco rappresenta un modo per stare a contatto con il mondo, tra realtà e immaginazione, tra scelta di isolamento e necessità di relazione.

Il gioco stesso diventa una metafora, e la metafora permette di recuperare i valori individuali e di introdurre nuovi valori culturali di ragionare sul reale che non scegliamo, ma in modo volontario, attraverso un'attività, il gioco, che scegliamo. Non possiamo evadere dalla realtà in cui siamo catapultati, ma possiamo sperimentarla.

È importante avvicinarsi a forme e modalità di apprendimento conoscitivo più affini a quel che avviene quotidianamente nel vivere, ovvero apprendere dall'esperienza e nell'esperienza, incidentalmente, grazie anche alla messa in gioco nelle relazioni, a un apprendimento e una sperimentazione autoriflessiva, alla disponibilità a farsi sorprendere e ad affidarsi all'improvvisazione e al vagare nelle eventualità, nel contestuale, nel possibile. La libertà del giocare consiste nella sua stessa incertezza, grazie alla quale molte cose accadono inaspettatamente

Dobbiamo educare all'immaginazione, evitando il degrado delle relazione che avanza a causa del fatto che tutti abbiamo fretta e nessuno è più capace di aspettare, e questo ci porta ad adottare la logica del controllo, in modo autodistruttivo, perché abbiamo paura e questo ci induce a sterilizzare la vita e a procedere a fare solo quello che ci conviene, non assumendoci la corresponsabilità degli errori. Servirebbe, forse, un po' di solitudine, per avere occasione per pensare e pensarsi, per stimolare una coscienza, per accrescere una solidarietà consapevole. Servirebbe dare spazio al tempo libero anche come parte integrante della didattica. Servirebbe, forse, dare la possibilità ai bambini di avere la libertà di strutturare il proprio comportamento attraverso il gioco libero, e di formarsi attraverso di esso. Diamo loro la possibilità si fare esperienza in contesti protetti, in cui la ripetizione è la stabilità diano sicurezza, li rassicurano in caso di paura, li incoraggiano in caso di poca motivazione, e in cui sia sempre possibile il cambiamento.

Sono tanti gli apprendimenti che possiamo maturare giocando, non solo da bambini ma anche da adulti, e sono tanti gli apprendimenti che ci servono non solo per il gioco ma per la vita stessa. Non si tratta di addestramento all'adultità attraverso giochi programmati, quando piuttosto di giochi puri. Perché alla base del gioco, del gioco puro, del ludico dilettarsi, troviamo la possibilità di sviluppare abilità autoregolative situazionali che sono fondamentali per qualunque apprendimento e che si perdono col gioco puro: motivazione, intelligenza dei limiti relazionali e contestuali, gusto, intuizione, empatia e simpatia, consapevolezza emotiva.

Vi chiederei, ora, di scrivermi altre considerazioni legate in particolar modo al gioco di mosca cieca.

Con questo articolo, vorrei strutturare una relazione che contenga insieme un riassunto e una riflessione sugli argomenti trattati nel libro "Homo Homini Ludus" di Enrico Euli ( con qualche riferimento al libro "Lasciateli Giocare" di Peter Gray, che approfondirò in un altro articolo dedicato), in cui sono affrontati degli aspetti estremamente importanti e spesso troppo trascurati. Nel corso dell'articolo, riprenderò, talvolta, le stesse parole scritte dagli autori sui libri. Non mi approprierò dunque dei contenuti, quanto piuttosto della loro rielaborazione e dei pensieri sui quali possiamo riflettere, con particolare riferimento al mondo dell'infanzia e della didattica in specie.

Un aspetto che mi interessa particolarmente, riguarda il fatto che la società odierna si caratterizza per una connotazione eccessivamente frenetica. Il mondo moderno è percepito come insito di rischi e di pericoli, e questa percezione crea delle risposte emotive ancora più rischiose nell'adulto, che, sotto una prospettiva o sotto un'altra, svolge un ruolo di caregiver e ha il compito, il dovere e la responsabilità di prendersi cura dei bambini.

Peter Gray parla di tre particolari stili di genitorialità:

  • il genitore direttivo - autoritario, che sottomette il figlio alla propria volontà;
  • il genitore direttivo - protettivo, che limita la libertà dei figli per timore dei pericoli o nella convinzione di poter decidere con carattere più saggio ciò che è meglio per loro;
  • il genitore fiducioso, che affronta l'enorme sfida di accettare la consapevolezza del fatto che la vita comporta imprescindibilmente dei rischi e che per favorire lo sviluppo della felicità, della responsabilità e di capacità importanti, i bambini hanno bisogno di libertà.

Quest'ultima, è la scelta più difficile ma al contempo più efficace e serena, sia per l'adulto sia per il bambino. Per poterla accogliere, è necessario, per prima cosa, condurre un'analisi dei propri valori e riflettere su come possano essere applicati ai propri figli, avendo l'accortezza di riflettere sul rapporto che si ha con loro, sulla loro specificità e unicità, che li distingue dall'adulto e dagli altri bambini.

Da questo punto di vista, è importante quest'ultima frase per l'insegnante, che troppo spesso si affida al suo metodo consolidato, senza differenziarlo all'occorrenza in relazione alle diversità degli studenti con cui si confronta negli anni o in una stessa classe/sezione.

Possiamo anche accennare, a questo proposito, il metodo del consenso, di cui parla E. Euli in riferimento all'elaborazione, nel processo, delle differenze, attraverso cui cercare di dare ascolto e valore alle visioni minoritarie e tentare di atteggiarsi positivamente e costruttivamente rispetto ai contrasti di posizione di volta in volta emergenti. Attraverso tale metodo, lento ma efficace, LA DECISIONE ASSUNTA DAL GRUPPO TENDE AD ESSERE DAVVERO CONDIVISA e quindi eseguita lealmente e con favore da tutti.  In presenza di obiezioni, le possibilità sono due:

  • si è disponibili ad accettare lealmente la decisione del gruppo e ad essere in accordo sebbene dichiarandosi in disaccordo;
  • non si è disponibili ad accettare la decisione del gruppo ma non ci si limita solo ad asserire e acconsentire (ossia ad accettare la decisione di altri e non seguire quella che sarebbe la propria opinione, se la situazione non ne ostacolasse l'espressione), quanto piuttosto non mettendo in atto sotterfugi o obliquità, perseverando la sua lealtà col sistema dichiarando e manifestando apertamente la divergenza (che potrebbe rivelarsi più valida e significativa).

Spesso, gli adulti impartiscono lezioni attraverso parole, discorsi e prediche, per cercare di insegnare ai bambini ad essere responsabili, liberi, onesti e ad avere spirito d'iniziativa. Tuttavia, il mezzo più efficace attraverso cui imparare a decidere da soli, a determinare il proprio futuro, ad essere affidabili, non è altro che la pratica determinata e favorita dalla fiducia.

I bambini, dice P. Grey, nascono geneticamente ansiosi e bisognosi di imparare, ed è a causa del nostro sistema scolastico forzato e obbligatorio che, spesso, questo impulso si spegne. Siamo noi, il più delle volte, a creare delle barriere per i nostri studenti, a spegnere la loro motivazione e il loro interesse.

Spiega E. Euli: le società odierne scelgono la SICUREZZA al posto della FIDUCIA, credendo che questa possa essere ottenuta solo dalla prima. Secondo un pensiero illudetico, sarebbe invece preferibile, se non necessario, AFFIDARSI e FIDARSI, seppur col rischio di apparire illusi ed essere traditi. Perchè la fiducia, dentro la sicurezza, non può crescere, ma piuttosto diminuire lasciando spazio a sfiducia e diffidenza. E questo corrisponde a ciò che accade con i bambini, quando gli adulti, convinti che sia pericoloso per loro giocare senza supervisione, non gli permettono di giocare liberamente, non rendendosi conto che così provocano in loro sofferenza e senso di oppressione. Tuttavia, proprio il gioco libero, come già accennato, è estremamente importante sotto numerosi aspetti.

Su questo, tornerò nella seconda parte dell'articolo.

Riprendiamo, adesso, il concetto di Illudetica: essa si fonda proprio sull'illusione di potersi - doversi AFFIDARE (e dunque, mettersi in gioco ancor prima di avere una vera e propria fiducia) a qualcuno o qualcosa di cui non sappiamo nulla. E questo qualcuno o qualcosa possiamo intenderlo anche come la vita stessa, al cui contesto dobbiamo presupporre un certo grado di affidabilità (da cui, col tempo, si entrerà nella dimensione della FIDUCIA, scoprendo se sia stata ben o mal riposta). Se ragionassimo solo in termini di sicurezza, evitando di affidarci per non essere traditi, non potremmo raggiungere questa fiducia, che necessariamente e paradossalmente contiene in sè il rischio di illusorietà e tradimento (poichè non si può essere traditi senza che ci sia prima un minimo grado di fiducia). A questa riflessione bisognerebbe pensare se vogliamo fare riferimento al fatto che molto spesso gli adulti credono di non potersi fidare dei bambini, pur essendo essi stessi a non dar loro fiducia per primi. Se l'adulto non si affida al bambino, non arriverà magicamente a fidarsi di lui, semplicemente cresceranno da entrambe le parti paura per i contesti non protetti e non controllati, sfiducia nei confronti l'uno dell'altro e in sè stessi. Inoltre, il bambino che non sperimenta la libertà di giocare senza la supervisione dell' adulto, sarà portato a cercare situazioni estreme e di rischio, che possono manifestarsi in comportamenti oppositivi e violenti, a loro volta causa di un maggior grado di sfiducia da parte dell'adulto.

Alla base dell'Illudetica, troviamo un principio ancora più importante del principio stesso di realtà, che corrisponde a una caratteristica essenziale del GIOCARE stesso: la LEALTA', concetto che presuppone una matrice relazionale, in quanto incornicia le nostre relazioni (con sè, con l'altro, con i contesti), ed è una componente essenziale del loro processo di costruzione e mantenimento (per questo, riconosce necessariamente la stabilità, ma anche l'altrettanto importante per la vita, possibilità di cambiamento). Nel GIOCARE, il principio di LEALTA' rappresenta la precondizione essenziale e inalienabile per poter iniziare e proseguire il gioco stesso. Infatti, nessuno giocherebbe in gruppo con persone di cui non si fida, e tantomeno contro qualcuno che notoriamente bara e fa gioco sporco. Inoltre, il GIOCO (così come anche la realtà, dalla quale si differenzia in quanto scelta libera, autonoma, volontaria, reversibile; al contrario di essa che, invece, non è una scelta, in quanto vi veniamo gettati e non possiamo uscirne) è INVARIABILMENTE E NECESSARIAMENTE REGOLATO A PRIORI. Infatti:

  • un giocatore che gioca a un gioco già esistente -> deve accettare le regole e seguirle senza cambiarle a gioco iniziato.
  • un giocatore che bara -> accetta comunque le regole, ma non è leale con esse.
  • un giocatore che, durante il gioco, non segue le regole e le cambia -> viene escluso dal gioco o almeno sanzionato (non è leale)
  • allo stesso tempo, ogni giocatore può sempre turbare la stabilità del già esistente, immettendo in esso delle novità, stimolando cambiamenti, che possono anche arrivare a trasformare le regole già definite o addirittura creare nuovi giochi con nuove regole, senza per questo smettere di essere leali col sistema di cui si è parte (nonostante si mantenga l'idea di non essere stati leali col sistema , con il rischio di generare conseguenze anche gravi soprattutto per chi si espone nelle fasi iniziali del cambiamento).

Abbiamo detto, dunque, che da un lato il GIOCO e la REALTA' si differenziano dal punto di vista della volontà con cui si può entrare nel primo e senza cui si entra imprescindibilmente nella seconda. Allo stesso tempo, è evidente, entrambi sono regolati a priori, e per entrambi valgono i punti elencati sopra. Dunque, perchè non pensare al gioco come ad un'opportunità per sperimentare la vita stessa, tutte le sue regle, le sue dinamiche, i dubbi che la riguardano, le difficoltà che la caratterizzano, le gioie che possono nascervi? Perchè non attribuire al gioco una funzione anche di mediatore con la realtà, di conoscenza della realtà, di consapevolezza di sè e del proprio essere nel mondo e dunque in questa misteriosa e contraddittoria realtà in cui si vive? Perchè non dare importanza, non valorizzare, non pensare a queste proprietà del gioco?

Grazie al gioco, impariamo anche ad essere leali ma non fedeli col sistema, evitando sia l'eccesso di stasi sia l'eccesso di trasformazione. Come accennato, la lealtà presuppone, infatti, stabilità e possibilità di cambiamento, ed entrambe devono coesistere senza eccedere, confliggere e cooperare a livelli diversi per il mantenimento e l'evoluzione del sistema, in un rapporto di equilibrio che permetta contemporaneamente la stabilità ad un livello e il cambiamento ad un altro. Per questo, è imperativo cercare di porre rimedio:

  • in caso di eccessiva stabilità, producendo un cambiamento;
  • o, in caso di eccessiva spinta verso il cambiamento, ritrovando la stabilità.

Tuttavia, questo equilibrio è spesso instabile e spesso accade che più rivoluzioni siano compromesse o mancate, creando ambiguità e squilibri che ricadono inevitabilmente soprattutto sulla gioventù, rendendole difficile crescere. Se questo accade, si verifica la presenza di una tradizione spezzata, per cui non possiamo tornare indietro, e allo stesso tempo si osserva la mancanza di nuovi criteri da sostituire ai vecchi. La soluzione, in questo caso, si configura nella realizzazione della nuova tradizione rivoluzionaria, in un'ottica paradossalmente conservatrice, che abbia come obiettivo non tanto l'innovazione che sta creando, quanto piuttosto quello di riguadagnare e ristabilire le giuste proporzioni.

La situazione ideale, per con-vivere illudeticamente, presuppone due movimenti complementari embricati tra loro, secondo i quali agiscono GIOCO e ILLUDETICA:

  • la ripetizione nella variazione (che ci invita a ritrovare connessioni e rimandi del qua vissuto nell'apparente manifestarsi del Diverso)
  • e la variazione nella ripetizione (che ci permette di essere creativi e divergenti nell'apparente ricrearsi dello Stesso)

D'altronde, queste sono caratteristiche che ritroviamo anche a fondamento della creazione artistica, nonchè della musica, ma anche delle lingue e delle letture. Tutte queste dimensioni, si configurano all'interno di regole e di patrimoni stabili e definiti, e al contempo all'interno di innumerevoli invenzioni e variazioni. Sono aspetti con cui entriamo costantemente in contatto nella realtà in cui viviamo quotidianamente. E sono anche aspetti importanti da considerare nell'organizzazione della didattica.

Nelle società umane, inoltre, sono importanti ritualità, ridondanze e modelli che regolano la nostra esistenza (es. anniversari, feste). Possiamo definire i riti collettivi come i binari della nostra vita, che si configurano nelle routine quotidiane e nelle routine sociali, le quali definiscono e tentano di rafforzare il nostro senso di appartenenza. La ripetizione di riti e regole svolge una funzione rassicurante crea un ordine formale traducendo il caso in causa. Il Gioco, ridimensiona il rito, pur sempre seguendo un rituale, una serie di regole e azioni che stanno dentro forme ridondanti, compiendosi in uno spazio transizionale che mescola ordine rituale e irrituale vitalità. E i bambini stessi, quando vivono una vita di esperienze sempre nuove e ricche di variazioni, cercano nel gioco (perchè ne hanno bisogno) le ripetizioni: si affideranno alla ripetizione di fiabe sempre uguali, alla scomparsa e ricomparsa di volti e oggetti in modo ripetitivo, a domande spesso uguali sui perchè e sui come. Contrariamente, l'adulto vive quasi sempre una vita segnata da routine e ripetizioni e di conseguenza cerca costanti variazioni attraverso forme di gioco. Per questo, E. Euli pone il dubbio se non siano forse i bambini meno propensi ad annoiarsi perchè vivendo una vita ricca di novità non ne hanno paura, quanto piuttosto ne hanno più paura e ne sono più propensi gli adulti che vivono nelle ripetizioni. Per questo, probabilmente, la nostra società tende ad adultizzare i bambini e ad infantilizzare gli adulti: i bambini vengono portati alla noia e resi noiosi essi stessi, impedendo loro di giocare liberamente e rendendoli incapaci di farlo, iper-stimolandoli al compito, richiedendo costantemente obbedienza e cercando di trovare loro tutte le occupazioni possibili per evitare che si annoino, sebbene accada spesso il contrario; gli adulti, vengono invece costretti, da un lato, all'obbedienza cieca sul lavoro, dall'altro al consumo del cieco divertimento e alla ricerca della continua variazione.

Da sottolineare, per quanto riguarda il rito, che esso, assieme al mito, costituisce l'atto sacro da cui il gioco stesso si differenzia in quanto proveniente dalla sfera del sacro e capovolgimento della stessa. Possiamo, infatti, dire, che il Gioco e l'Illudetica si presentano come via che media tra le due dimensioni del sacro e del profano. Il Gioco può essere considerato come un riuso del tutto incongruo del sacro, alla cui sfera risulta strettamente connesso: la maggior parte dei giochi che conosciamo deriva da antiche cerimonie sacre, da rituali e da pratiche divinatorie che appartenevano un tempo alla sfera in senso lato religiosa. Ad esempio:

  • Girotondo -> rito matrimoniale;
  • Giocare a palla -> lotta degli dei per il possesso del sole;
  • I giochi d'azzardo -> da pratiche oracolari;
  • Trottola e scacchiera -> strumenti di divinazione.

Pensiamo anche solo alla narrazione e alla sua struttura di base, al suo stretto legame con il passaggio dall'infanzia all'età adulta e con il viaggio che si compie in questo passaggio. Essa deriva proprio dai riti effettuati nelle tribù (e che ancora, in determinati luoghi, vengono praticati), finalizzati ad allontanare il bambino da casa, fargli superare una serie di prove, e successivamente vederlo tornare cambiato, cresciuto, maturato, adulto.

In particolare, se l'atto sacro rappresenta una congiunzione del mito che racconta la storia e del rito che la riproduce e la mette in scena; si ha Gioco quando soltanto una metà dell'operazione sacra viene compiuta, traducendo solo il Mito in parole (gioco di parole -> Jocus) e solo il Rito in azioni (gioco d'azione -> Ludus). Attraverso il gioco si possono verificare la secolarizzazione dell'atto sacro (attraverso lo spostamento da un luogo all'altro, come la laicizzazione del sortilegio attraverso la figura del mago) o la profanazione dello stesso (attraverso la neutralizzazione di ciò che profana).

Ritornando al discorso precedente, sulla adultizzazione del bambino e sull'infantilizzazione dell'adulto, ritoviamo, dunque, la necessità di trovare un'equilibrio tra la stabilità e il cambiamento, il quale può avvenire non infrangendo o trasgredendo le regole, ma allargandole e non lasciando che esse soffochino gli slanci inventivi e vitali e la potenza espansiva. Per questo, è importante che, come figure educative e formative, in qualunque ambito, gli adulti diano la possibilità ai bambini di avere la libertà di strutturare il proprio comportamento attraverso il gioco libero, e di formarsi attraverso di esso.

E' vero che le emozioni e le metafore guidano i nostri primi apprendimenti e le nostre prime relazioni nell'infanzia. Ma è anche vero, che le emozioni sono percepite come foriere di disordine personale, come secondarie rispetto alle leggi eteronome e alle regolamentazioni razionalmente espresse, alle quali tutti devono affidarsi in tutte le circostanze. Ritorna quì, la società che sceglie di rinunciare ad una sempre eventuale felicità in cambio di una sicura sicurezza, sulla base di una retorica del controllo delle emozioni.

In questo modo, il GIOCO PURO viene relegato all'infanzia, in quanto si gioca solo per il DILETTO e non è funzionale ad altro da sè. Così, il dilettarsi giocoso si trasforma in svago, ricreazione e tempo libero, festa e divertimento.Viene considerato come qualcosa di leggero e poco serio, se non inutile e ozioso. O addirittura, può essere considerato pericoloso e degrada a gioco individuale, clandestino e di nicchia.

Mentre, a trovare spazio ed essere accettato, è il LUDIFORME, ossia il gioco inteso come ADDESTRAMENTO ALL'ADULTITA', che serve ad imparare qualcosa in vista della vita adulta, qualcosa di serio seppur incentrato dentro un'apparenza ludica (perlopiù fino a quando non si trova qualcosa di meglio da fare o da utilizzare al suo posto), qualcosa che porti il gioco stesso a trasformarsi a sua volta in lavoro nel mondo "serio".

Eppure, in tutte le forme del gioco, chi gioca mette tutto sè stesso in quello che fa, lo fa molto seriamente e a fondo. E' dunque il gioco stesso ad apparire come UN AGIRE CHE IMPLICA UNA FORTE, PASSIONALE ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA' E IMPIEGO, talmente concentrata su quel che si sta vivendo e facendo. E questo ci permette, dunque, di parlare di una vera e propria SERIETA' DEL GIOCARE.

NEL GIOCARE (riporto quì, in parte, alcune parole dal libro "HOMO HOMINI LUDUS"):

  • la regola è sempre funzionale al diletto (si cerca il piacere libero, con giochi non regolati);
  • le relazioni si nutrono delle regole (non viceversa);
  • le regole di base di un gioco sono predefinite ma si sceglie volontariamente di giocare o meno e le regole stesse possono essere cambiate dai giocatori, se concordi;
  • è possibile fermare il gioco od uscirne;
  • si allenano i viventi alla relazione, alla negoziazione continua delle differenze, alla mediazione dei conflitti, all'improvvisazione nella soluzione condivisa dei problemi, alla co-costruzione e alla co-evoluzione dei contesti del gioco stesso;
  • si sa attendere e si tende alla creazione di ordini spontanei e auto-organizzati, ci si educa a vivere in equilibri instabili, ma adeguatamente rassicuranti e vivibili.

L'attività ludica detiene un posto non secondario anche nell'adulto, per cui il gioco fantastico non viene eliminato o emarginato con la formazione logica, ma differenziato e maturato attraverso applicazioni nuove e differenti, adeguandosi alle forme che l'ontogenesi mentale via via acquisisce. L'illudetica critica, da questo punto di vista, il MITO DELL'ADULTO, in quanto ritiene "necessario e urgente riannodare i fili tra le età dell'uomo, senza dividerle in compartimenti stagni" Eppure, purtroppo, si tende a separare nettamente

  • l'incoscienza del bambino dalla maturità razionale dell'adulto,
  • l'immaginazione ludica dall'acquisizione del principio di realtà,
  • il giocare senza veli dei piccoli dal fantasticare semiclandestino dei grandi, e via dicendo.

Sono tutti pensieri che caratterizzano la nostra realtà, una società del controllo, in cui istinti ed emozioni possono trovare spazio solo nella ricerca della vertigine e dell'estremo, nell'eccesso trasgressivo, nell'assenza di limiti. Ora, ciò che possediamo ci possiede e dipendiamo da quel che amiamo e possediamo. Questa realtà frenetica in cui siamo immersi, ci fa vivere di competizione e ci chiama a correre in qualunque situazione della nostra vita (che si tratti di lavoro, di guadagno, di semplici regali, di affari o di lezioni e didattica) e ciascuno interpreta il proprio ruolo in modo rituale, guidato dalla logica del massimo profitto e dall'idea di una società del benessere basata sulla sicura sicurezza di cui parlavamo prima. Questo benessere può apparire inizialmente reale, ma in realtà è debilitante. Siamo come soffocati da questa realtà che non è reale, non si basa sulla felicità ma su un'apparente e inesistente stabilità. Non esiste un equilibrio tra le nostre regole, le nostre routine, le nostre tradizioni, e la nostra spinta verso il cambiamento, il progresso, le innovazioni, le nuove invenzioni e scoperte. Tendiamo in ogni caso all'eccesso per sentirci soddisfatti e, di fatto, non ci sentiamo mai appagati. E riversiamo tutto questo sui bambini, che assorbono questa fretta, questa atmosfera competitiva che ci caratterizza e determina le nostre esistenze nella ricerca di un successo individuale o collettivo. La nostra società esalta l'individualismo di massa e la sua apparente libertà di produrre, di godere; ma, in realtà, non fa altro che omologare la singolarità e abolire la pluralità, uniche condizioni di una vera libertà.

L'Illudetica, invece, pensa alla possibilità di vivere in una società in cui, come nel giocare, siano esaltati:

  • il valore della pluralità delle e nelle singolarità,
  • e il valore delle singolarità nella e della pluralità.

Si parla proprio di ECOLOGIA DELLA LIBERTA', presupponendo di rallentare la velocità, riprendersi il tempo e il gusto del tempo, per assaporare la vita senza fermarsi troppo su una stessa cosa e senza concentrarsi su troppe cose nello stesso momento. Abbiamo bisogno di RALLENTARE, abbiamo bisogno di TEMPO, abbiamo bisogno di PAUSE. E ne hanno bisogno i bambini. Anche a scuola, troppo spesso si corre: si corre per rispettare il programma, si corre per raggiungere gli obiettivi, si corre per vedere dei risultati (o per non vederli), si corre perchè si deve correre. Studiamo tanto, sull'inclusione, sulla cura, sull'importanza di trasmettere qualcosa. Eppure, molto spesso, ci facciamo prendere dalla fretta. Una fretta dannosa per i bambini, nociva per i loro apprendimenti, per la loro serenità, per la loro felicità, per la loro motivazione ed interesse, per la loro vita. Non apprendono gli insegnamenti, non sono interessati ad imparare e a conoscere, sentono il peso di questa scuola opprimente, in cui non hanno piacere di andare perchè per loro è come una prigione: bramano la libertà e a scuola non sono liberi. La scuola è un luogo rigido, in cui si impara a rigare dritto, a stare seduti nei banchi, ad essere disciplinati nei corpi e lineari nelle menti. Le menti non si svagano, sono sempre dirette al compito e alla serietà dell'impegno. Una scuola così, può essere maestra di vita perchè insegna da subito a soffrire, a subire, ad obbedire e a non capire perchè (e questi sono tutti aspetti che ritroviamo  non solo a scuola, ma anche nell'ambiente familiare, in cui il bambino non è visto come pari ma come subordinato al volere dell'adulto, solo in quanto bambino, senza necessità di esporre il perchè). Ma è questo ciò che vogliamo insegnare ai bambini? Il tempo didattico deve far spazio anche alla dimensione del tempo libero, non solo come concessione di 10 minuti, ma come necessità, come parte integrante della didattica, perchè ozio, riposo, svago divagante, sono condizioni necessarie per qualunque sensato e vivibile apprendimento. Chiunque, bambino o adulto che sia, impara più per caso che per dovere. Un bambino che gioca ha molte più occasioni di imparare di quante non ne abbia un bambino "serio" che rimane seduto composto in un banco e legge libri per ripetere informazioni. Ciò che si ricorderà a distanza di anni, sarà legato alle esperienze vissute e non agli apprendimenti imposti ed estremamente chiusi, perchè finalizzati esclusivamente ad essere appresi. Creiamo connessioni, aiutiamo a contestualizzare, diamo la possibilità di sperimentare direttamente.

Il LUDICO DILETTARSI sviluppa delle ABILITA' AUTOREGOLATIVE SITUAZIONALI che solo esso può sviluppare:

  • Motivazione,
  • Intelligenza dei limiti relazionali e contestuali,
  • Gusto,
  • Intuizione,
  • Empatia e Simpatia,
  • Consapevolezza emotiva.

Tutto questo, si perde nel momento in cui si soffoca la possibilità del GIOCO PURO. E molto spesso, si cerca di riacquistare le stesse abilità attraverso tecniche e metodi "innovativi e scientifici (e a pagamento). Non a caso, infatti, il LUDIFORME (e non il Ludico), trova facilmente spazio soprattutto e quasi solamente IN FORME GAMIFICATE, COMPETITIVE, REMUNERATIVE, nelle quali il cambiamento ripetuto attrae il cliente e cerca di ottenere l'effetto di stabilizzarlo [...] il gioco del ripetersi e variare viene fatto svolgere e ammirare compulsivamente da bambini, ben instradati e foraggiati da adulti, loro genitori compresi, in rete [...] giochi che pubblicizzano merci". Non esiste quasi più il concetto di lealtà, ma solo l'onestà (la correttezza) negli scambi economici, in quanto il culto del denaro, e il suo illimitato accrescersi attraverso la ricerca del profitto, condiziona, trasforma e perverte alle radici la dimensione etica delle relazioni sociali. Le persone sono sempre più inquiete e insoddisfatte della loro routine, troppo piatta, regolare e regolamentata, e per questo cercano il rischio, arrivando anche a tossicodipendenze, coazioni ludopatiche, estremizzazioni esagerate della ricerca dell'altro, del nuovo, del diverso. In questa prospettiva, trovano senso le violenze verso sè stessi o verso gli altri, che, sebbene apparentemente insensate, hanno l'obiettivo di tentare di sentirsi vivi, visibili, riconosciuti, in un gioco senza vita, che ci annoia a morte e ci esclude, creando il mito della meritocrazia, in base al quale si è premiati e si merita di vincere solo se si sta al gioco di tutti, seguendo le regole, facendo il proprio dovere e rispettando i propri impegni. Ma, dal momento che ognuno di noi nasce in circostanze differenti, con capacità diverse, con la possibilità di scegliere progetti diversi, con l'evidenza di affrontare sfide diverse, non può esistere una misura di valutazione comparativa che permetta di stabilire quale vita è meglio di un'altra. Ci sono circostanze casuali che entrano in gioco nel nostro percorso e che influenzano anche i nostri successi. Non esiste un modo ragionevole di paragonare il valore delle vite umane. Se si cerca di perseguire il mito della meritocrazia, del controllo, della competizione, si arriverà sempre di più alla perdita della consapevolezza della propria impotenza. Perchè l'uomo crede di essere capace di fare qualunque cosa e di avere il controllo su tutto, ma non si rende realmente conto di ciò che non può fare o che può non fare.

In questa società della fretta, non abbiamo neanche il tempo di pensare a noi stessi in termini di sè stessi con responsabilità (collettiva e contestuale), senza per forza ricorrere a capri espiatori, come invece siamo soliti fare nel tentativo di evitare per noi stessi la responsabilità, che addossiamo soltanto su alcuni ( altri, visti come capri espiatori di processi ben più ampi e complessi) in termini di colpa individuale. Questo processo ci semplifica la vita, facendoci credere di essere innocenti e di non avere a che fare con il male, che è sempre altrove. Ma, seguendo le vie della colpa e della punizione, otteniamo, invece, conseguenze tragiche e risultati fallimentari, che dovrebbero farci riflettere su questa nostra scelta di vita, che trasforma la violenza in codice strutturale della nostra società, con conseguenti accumuli di rabbia, che viene repressa e non elaborata e resa politicamente visibile. Questa cultura della colpa - punizione genera una de-responsabilizzazione, dovuta proprio al fatto che la colpa si rivela come una copertura sociale che serve a evitarci la responsabilità (fingendo di prendersela ma addossandola ad altri). Inoltre, se anche si cerca di esserlo, si è responsabili solo se si eseguono i compiti che la situazione esige per quel che è, per cui se, ad esempio, si svolge un lavoro responsabilmente (essendo responsabili nei confronti dei propri impegni familiari e sociali), ma questo lavoro inquina, a quest'ultimo livello non si è responsabili e, per esserlo, bisognerebbe smettere di svolgere il lavoro diventando irresponsabili a quel livello. Sembra un paradosso, eppure, nella difficoltà di scegliere, è evidentemente più semplice pensare in termini di colpa e trovare scuse che giustifichino una mancata responsabilità. Sarebbe responsabile, in realtà sperimentare nuove strade, non colpevolizzare altre persone per problemi che riguardano i nostri stili di vita o sistemi politici, scegliere, nella situazione data, a quale responsabilità rispondere per sè e quale livello di responsabilità seguire. Sarebbe opportuno non denigrare i dissidenti, ma ammirarli (non solo quando lo sono altrove, ma anche quando lo sono da noi).

Se pensiamo al cambiamento climatico, all'inquinamento, alla lotta di Greta Thunberg contro il capitalismo (che non accetta la colpevolizzazione che esso rimanda e proietta sulle persone), capiamo che è necessario pensare in termini di collettività, pur agendo anche individualmente, e cercare di capire chi è realmente responsabile. Purtroppo, spesso, la società del profitto porta a guardare al guadagno di quantità incredibili di denaro e a non guardare le realtà, le conseguenze, le regole che non funzionano e che probabilmente vanno cambiate, perchè non sempre è meglio il cambiamento, è vero, ma non sempre è meglio la tradizione: ci deve essere equilibrio!

L'Illudetica pensa al Gioco come azione che rafforza il senso di responsabilità, considerando quest'ultima in relazione ai vari eventi concomitanti, valutando il responsabile e giustificandolo per il danno che ha provocato, senza prendere, come spesso avviene nella realtà delle nostre società, strade più immediate, meno riflessive, parole e metafore meno complesse, per valutare gli esseri umani e i loro comportamenti negativi in società. E' necessario cambiare strada, sperimentare nuovi modi di affrontare l'insorgenza del negativo, sperimentare nuove possibili e, soprattutto, responsabili elaborazioni personali e sociali del negativo.

Attenzione, però, al concetto di "perdono", che rischia di preservare alcuni presupposti del modello violento: come quello gerarchico, che sembra implicare una superiorità da parte di chi perdona rispetto a chi viene perdonato. Inoltre, il perdono pare preferire aggirare ed evitare il conflitto, piuttosto che attraversarlo e affrontarlo. Per questi motivi, la scelta migliore sarebbe quella che potremmo definire come NONVIOL'ANARCHIA, la quale rappresenta un tentativo di liberazione e oltrepassamento rispetto a queste tradizioni.

Il Gioco, in particolare, è sempre un agire attento ai contesti e alle relazioni di interdipendenza, non protegge le persone, ma le relazioni e i contesti, in modo che all'interno di contesti protetti la persona possa sentirsi libera di giocare e di esplorare e conoscere i suoi limiti.

Al contrario, nella nostra società securitaria e immunizzata, sono protette le persone, mentre le relazioni e i contesti diventano sempre più insicuri, precari, direzionali, pericolosi. Questo comporta una crescita del bisogno di protezione individuale, di rassicurazioni, di riflessione prima di mettersi in gioco, comportando molto spesso un atteggiamento evitante, per cui si preferisce non mettersi in gioco direttamente, piuttosto che assumersi le proprie responsabilità e i propri livelli di rischio.

Abbiamo bisogno di rallentare, perchè siamo convinti che il tempo deve essere usato per forza utilmente, ed è questo che ci rende avari di tempo.

L'Illudetica, non pretende di smettere di dare lavoro e valore ai compiti, ai risultati, alle istruzioni. Più semplicemente, l'Illudetica, propone una gerarchia alternativa e inversa tra quel che include e quello che va incluso.

Il giocare diventa importante in quanto:

- favorisce l'apprendimento e la comprensione di linguaggi analogici e metaforici, l'integrazione corpo - mente, la capacità di leggere forme, processi, rapporti e contesti.

- ci riavvicina al godimento del tempo, agendo attraverso il corpo in azione, gli istinti, i sensi, gli intuiti, i gusti.

- grazie alla costruzione delle regole del giocare stesso, si affinano la percezione, l'attenzione alle relazioni, alle emozioni coinvolte. E queste ultime sono regolate attraverso le emozioni stesse e non attraverso precetti o norme.

- non si basa sul profitto, sulla corsa, sulla competizione estrema. Nel giocare, l'importante è essere adeguati e disponibili a giocare anche se non si eccelle e non si vince, ACCETTANDO I PROPRI LIMITI (di cui non si è più consapevoli). Giocare non è un obbligo morale, si può scegliere di attendere e non giocare a quel gioco in un momento o non giocarci affatto. Il gioco è autolimitante e la competizione deve restare sufficientemente equilibrata. Da questo punto di vista, se un gioco non ha equilibrio nella competizione (una parte vince troppo e un'altra perde sempre) smette di essere attraente, si perde il gusto del giocare, e può interrompersi o proseguire ma tendendo a non ripetersi e riproporsi.

- insegna, dunque, a riconoscere i propri limiti e, di conseguenza, a prestare attenzione ed essere sensibili a ciò che accade intorno, ad essere capaci di calibrazione e correzione, nonchè inclini alla reversibilità.

- non insegna a cercare l'estremo o l'eccesso (se non per gioco e per un attimo), ma insegna a non fare di essi un principio di vita o di comportamento (contrariamente a quanto invece accade sempre più spesso con lo sport, votato a esibizione o spettacolo per altri).

- insegna a riconoscere il fatto che, al di là del merito o dell'impegno, e imprescindibilmente da essi, possono concorrere eventi, imprevisti, limiti della sorte e della fortuna che ci governano, che ci portano a vincere o perdere.

- insegna l'umiltà della sconfitta e di non estremizzare il trionfo, quando si vince, umiliando chi, invece, ha perso e accetta la sconfitta.

- insegna a condividere, in quanto il gioco è un'attività e un bene comune, inappropriabile, e i giochi della tradizione non sono creati o posseduti da singole persone, ma appartengono a tutti e da chiunque possono essere copiati e replicati all'infinito, in ogni tempo e in ogni età.

Riguardo quest'ultima affermazione, è necessario riflettere sul fatto che, purtroppo, troppo frequentemente i giochi vengono presentati in forma di prodotti in scala di massa, venduti e resi merce, diventando giocattoli o giochi di società, che possono essere posseduti, eventualmente prestati, scambiati, giocati insieme. Quì, purtroppo, non si tratta di giocare in comune, ma di mettere in comune i giochi stessi, e non è la stessa cosa: uno dei motivi di conflitto più frequente tra i bambini è quello che deriva proprio dal rivendicare la proprietà del gioco quando non lo si vuole condividere con altri, anche a rischio di giocare da soli o non giocare. Addirittura, si sta arrivando sempre più spesso ad osservare liti per rivendicare il possesso stesso delle amicizie, che non vogliono essere condivise, ma piuttosto diventare proprietà esclusive.

Per questo, l'Illudetica ci propone di adottare, nella vita stessa, una coomperazione attraverso cui competere a cooperare (come nel gioco, tutti cooperano perchè il gioco riesca e tutti possano goderne), superando, invece, la frequente predisposizione alla coompetizione, in base alla quale si coopera a competere sempre meglio e sempre di più. A breve termine, infatti, la competizione può sembrare che funzioni, ma conduce velocemente all'estinzione dei concorrenti e del gioco stesso. Dal gioco, invece, dobbiamo recuperare la convivenza tra competizione e cooperazione, ma a gerarchia invertita, in modo che la cooperazione incornici sempre la competizione e mai viceversa (coomperazione piuttosto che coompetizione, appunto). Solo così possiamo proiettarci verso il ben-essere.

Il gioco riconosce il valore degli affetti e delle emozioni, dell'incalcolabile e dell'improduttivo; ci permette di leggere le soglie e di comprendere se e quando è il momento di accettarle o oltrepassarle;  ci spinge in un'area di sviluppo prossimale, al limite delle nostre possibilità, ad esplorare nuove visioni e altri equilibri; ci invita al contatto e allo sguardo; ci insegna a competere, a cooperare, a vincere, a perdere, a riuscire, a fallire.

Nel gioco, usiamo il corpo, che c'è e si fa sentire, si esprime, parla, e basterebbe saperlo ascoltare. L'esperienza del nostro corpo, delle cose che sente, dei movimenti che fa, è la nostra principale esperienza mentale.

Il cervello fa parte del nostro corpo e l'esperienza tattile è fondamentale. Afferrare, abbracciare, colpire, giocare, accarezzare, ecc, sono la base della coscienza di noi stessi.

Noi interveniamo sul mondo toccandolo, la vita stessa è tatto, ma la nostra civiltà fa di tutto per abbandonare il corpo e le sue sensazioni, sebbene permanga, nell'essere umano e vivente, il desiderio di godere e provare emozioni. Desiderio che, se non appagato, porta alla perversa ed euforica alleanza tra le pulsioni e alla ricerca pianificata del loro appagamento, alla rivalsa dell'estasi, del consumo senza limiti, dei giochi estremi che non riconoscono più soglie. Il gioco profondo (deep play) eccita in quanto fa anche paura. E la ricerca sfrenata dell'over game, dell'essere e sentirsi sempre in alto, è la fine del gioco stesso, oltre la soglia del vitale e del vivibile. "Sognare l'impossibile" è il mantra odierno che nega che le capacità umane abbiano un limite, e che porta costantemente a un tentativo di superamento del limite, di oltrepassamento programmatico delle soglie (che, di fatto, rappresenta il primo principio del progresso scientifico e quindi dell'arroganza della nostra civilizzazione).

Nel mondo globalizzato, l'altro scompare è resta solo una sua immagine senza più conflitto, negoziazione, mediazione. E, in assenza della differenziazione con l'altro, anche il sè viene a mancare.

Il Giocare, che è un'attività relazionale anche quando si gioca da soli, ci rimanda a una solitudine solidale in un cosmo di sistemi chiusi ma non isolati, autonomi ma non interdipendenti, distanti ma non sconnessi, obbligati all'interdipendenza, sempre correlati.

Il giocatore vive tra prossimità e distanza e, anche stando da soli, il giocare rappresenta:

  • un modo di stare a contatto con il mondo, un'attività attraverso cui malinconia e ironia si mescolano per gestire una situazione o un'emozione vivendo e al contempo divertendosi;
  • un'attività attraverso cui esplorare, sperimentare, vivere e simulare, all'interno di uno spazio tra realtà e immaginazione, tra la scelta di isolamento e la necessità di relazione;
  • un'attività attraverso cui ridare significato a termini come gentilezza, sensibilità, tenerezza.

Attraverso il gioco e la metafora, si ha la possibilità di recuperare i valori individuali e di introdurre nuovi valori culturali, evitando un'assuefazione ad abitudini e immaginari consolidati e invitando, piuttosto, a verificarli continuamente (nel giocare) e a cambiarli.

Il linguaggio stesso è costruttore di confini: tra l'io e il tu, tra uomo e animale, tra cultura e natura, tra soggetto e oggetto, tra corpo e mente. La metafora, invece, si mostra non come espediente linguistico, ma come modo di conoscere il mondo alternativo alla conoscenza di tipo logico.

In un'ottica di educazione libertaria e democratica, è essenziale uscire dall'imparare attraverso la sofferenza, la fatica e lo sforzo. Ed è decisivo uscire da una visione pianificata e per obiettivi e avvicinarsi a forme e modalità di apprendimento conoscitivo più affini a quel che avviene quotidianamente nel vivere, ovvero apprendere dall'esperienza e nell'esperienza, incidentalmente.

Favorire l'azione e l'esperienza diretta, la messa in gioco nelle relazioni, non può essere solo una prospettiva teorica, ma deve realizzarsi in apprendimento e sperimentazione autoriflessiva.

L'esperienza consiste nel farsi sorprendere, non è un catalogo di mosse già pronte, ma al contrario affidarsi all'improvvisazione. E solo, in questo modo, facendo esperienza, possiamo arrivare a credere di avere esperienza. Grazie al gioco, non solo possiamo svagarci, ma anche vagare, essere aperti all'eventuale, all'aleatorio, al contestuale, al possibile. Nel gioco, e nel vagare, si può realizzare quella sospensione tra credulità e incredulità, che ci permette di uscire dall'abitudine e di aprirci al dubbio su ciò che appare certo, svelandoci nuove visioni ed esperienze. La libertà del giocare consiste nella sua stessa incertezza, grazie alla quale molte cose accadono inaspettatamente.

Allo stesso tempo, chi gioca vuole anche fare il suo gioco e, attraverso strategie, cercare di fare suo il gioco stesso, di gestirlo al meglio, e di raggiungere un esito migliore possibile per sé e/o per il proprio gruppo. In questo modo, sempre più in fretta, il gioco vira quasi totalmente verso il game, perdendo sempre di più il play.

Il Game si sostituisce al gioco, in un processo di "zombificazione": La libertà si è definita come liberazione dalle forme del passato, considerate troppo rigide e statiche. I vincoli sono stati interpretati come possibilità e l'evento è diventato protagonista dell'esistenza come sinonimo di libertà. E questi eventi sono, sempre di più, quelli che vengono creati nella realtà virtuale, per cui si parla di Gamification Ludiformica, ben lontana dal ludico e tendente a creare un ordine rituale standard e una nuova mitologia basata sulla velocità, sulla competizione, sul successo, sul profitto, sul consumo, sul produttivismo. Nella Gamification Ludiformica, tutto viene proposto in forme attraenti e divertenti e persino cooperative, ma iscritto in una cornice violenta che produce scarti, elimina soggetti, inquina ambienti di vita.

Questi, diventano gli unici giochi possibili, non lasciano spazio alla libertà, a nuovi giochi, a nuove intuizioni.

Per questo, l'Illudetica riflette su come liberarci da una libertà che ci opprime e ci rende schiavi di un dominio inattaccabile, riappropriandoci del play.

Con gli smartphone abbiamo superato la soglia dell'attenzione, dell'ascolto, dell'informazione, del rumore. Siamo invasi da una marea di notizie, di nozioni, di stimoli, di immagini. Queste troppe informazioni generano povertà, un'ideologia collettiva del mercato industriale che si spaccia per cultura pur essendo un'ideologia feroce fatta di omologazione e accelerazione.

I dispositivi elettronici ci possiedono più di quanto noi possediamo loro. Educare all'immaginazione, vuol dire, prima di tutto, chiedersi a quale età sia giusto far avvicinare i ragazzi a questo mondo tecnologico, che produce un degrado delle relazioni in costante avanzamento, poiché tutti abbiano fretta e nessuno è più capace di aspettare. Si stanno perdendo i riti e i ritmi della conversazione, il gusto dell'approfondimento, il piacere della lentezza, il senso del conoscere e del conoscersi. Dipendiamo, ormai, dal dispositivo che ci dà informazioni, consigli e orientamenti per muoverci, agire, decidere. Anche solamente attraverso interfacce vocali, come Alexa, ci alleniamo a comandare senza mai chiedere per favore. Che effetto possono avere queste interfacce sui bambini? Impartire comandi incoraggia la ripetizione, più che la riflessione. Servirebbe, forse, un po' di solitudine, per avere occasione per pensare e pensarsi, per stimolare una coscienza, per accrescere una solidarietà consapevole. Nella modernità, sempre di più, si pensa al fatto che non fidarsi è meglio e la sicurezza, come già detto, si è resa sinonimo di libertà (e viceversa) e si fonda sulla pedagogia dell'esenzione di massa. Si evita la paura e si inizia a temere la libertà stessa. La paura ci induce a sterilizzare la vita, ognuno vuole procedere a fare solo quello che gli conviene.

Ritorna qui il concetto di colpa e responsabilità: siamo portati ad attaccare per difenderci, a non assumerci la corresponsabilità degli errori, ad introdurre una rigida divisione di classe.

La civiltà del valore monetario non sopporta la vista dei senza valore e costruisce muri per non vedere, non pensare, non soffrire, non sapere quanto facciamo soffrire l'altro.

La vera libertà dovrebbe essere un diritto radicale garantito a tutti, in virtù del fatto che ciascun individuo è un essere umano. E dovrebbe permetterci di andare oltre, per maturare una diversa coscienza anche riguardo le altre specie viventi e al modo in cui le trattiamo, e tendere verso una cultura planetaria ecologica che reclami l'interdipendenza dei vari modi possibili: in tutto il mondo, 74 miliardi di animali, quasi 10 volte l'intera popolazione umana, vengono macellati ogni anno per il nostro piacere gastronomico. Molti esseri umani non vedono nulla di sbagliato in questo e, anche se sanno di provocare sofferenza, non provano alcun rimorso. Le altre specie senzienti della terra non hanno gli stessi diritti di libertà degli esseri umani e la nostra ideologia politica non affronta il tema del trattamento etico di queste creature. Spesso ci comportiamo, davanti ai bambini, come se fossimo degli eroi, reagendo alla lora paura per un insetto uccidendolo. Cosa stiamo insegnando? Non aiutiamo i bambini a rispettare il mondo in cui vivono, le specie con cui convivono, la natura che non è loro ma alla quale loro stessi appartengono. Alimentiamo le loro paure e le loro reazioni violente, i loro atteggiamenti inconsapevoli, i loro comportamenti disinteressati. Noi stessi ci comportiamo in questo modo e insegnamo attraverso il nostro esempio diretto ciò che agli occhi dei bambini non appare come sbagliato. Se non apriamo noi gli ocvhi per primi, e se non ci accorgiamo di quanto influisca il nostro modo di essere, di vivere, di approcciarsi al mondo, sui bambini, non possiamo insegnare davvero qualcosa. E se i bambini non imparano a rispettare chi è diverso da loro in termine di specie, non rispetteranno neanche chi è diverso all'interno della loro stessa specie, non rispetteranno neanche chi non lo è. Dobbiamo educare alle emozioni, non possiamo vivere in una società che si basa solo sul profitto e sulla sicura sicurezza. Le emozioni, abbiamo detto, sono alla base degli apprendimenti. E le relazioni stesse lo sono. Sono alla base degli apprendimenti, e sono alla base della vita stessa. Abbiamo bisogno di educare alla fiducia, alla lealtà, alla riappropriazione del tempo, alle pause, alla riflessione, alla sperimentazione, alla consapevolezza delle proprie responsabilità e dei propri limiti. Questo, dovremmo fare.

Questo è un articolo che ha aspettato del tempo prima di poter essere pubblicato. Volevo approfondire a dovere l'argomento perché mi sta particolarmente a cuore. Tuttavia, mi limiterò a scrivere con un carattere riflessivo, come introduzione ad un argomento che necessita molto più spazio per essere approfondito adeguatamente. Chi mi conosce sa, e spero chi leggerà le mie parole all'interno di questo blog capirà, che io tengo particolarmente alla dimensione interdisciplinare della didattica.

Credo che non ci sia niente di più proficuo e motivante per i bambini della consapevolezza di non apprendere tante nozioni sparse ma piuttosto delle conoscenze che si completano e arricchiscono l'un l'altra.

Oggi, in particolar modo vorrei parlare del metodo MusicArte, del maestro Daniele Pasini (flautista, compositore e insegnante di scuola primaria) [link facebook, link telegram], sebbene non in forma di recensione ma piuttosto di riflessione sul metodo e sui temi da esso affrontati, che non mancano di suscitare argomentazioni stimolanti.

Scrive Francesco Paoli (professore di "Didattica della Matematica" presso l'Università degli Studi di Cagliari), nella prefazione al libro MusicArte: "Il percorso di educazione musicale che Daniele non si è limitato a progettare ma che sperimenta giorno per giorno nelle sue classi con esiti straordinariamente interessanti, coniuga spunti e suggestioni dove le barriere disciplinari tra musica, matematica e arti visive scompaiono come per magia: il disegno a mano libera, le stime, le approssimazioni, la valorizzazione degli aspetti geometrici della scrittura musicale. Ne esce una proposta in cui l'interdisciplinarietà non rimane solo proclamata, ma è agita nel concreto".

Come premessa, si può facilmente asserire che molto spesso nelle scuole le discipline artistiche e musicali sono considerate come discipline di secondaria importanza e per questo vengono affrontate con superficialità. Eppure, scrive Francesco Paoli, "sin dai tempi più antichi sono state costantemente sottolineate parentele e affinità tra matematica e musica. Quest'ultima disciplina affiancava l'aritmetica, la geometria e l'astronomia tra le "artes reales" del quadrivio [...]".

Non è frequente l'insegnamento del linguaggio musicale, ad esempio. 

Di solito, nella scuola primaria, la musica viene proposta in forma di canzoni e filastrocche, spesso come mediazione di contenuti didattici relativi ad altre discipline (es. la canzone delle tabelline, la canzone dei colori in inglese, ecc). Non si pensa, invece, ad insegnare il linguaggio musicale, che è propriamente una lingua e come tale può essere appresa e interiorizzata. L'alfabetizzazione musicale dovrebbe essere impartita dai primi anni della scuola primaria, in quanto basilare per la formazione delle conoscenze utili a maturare un buon apprezzamento musicale. L'ascolto si presta come strumento di introduzione al linguaggio musicale, ma D. Pasini ci invita a riflettere anche su questo: "far ascoltare la musica come forma di alfabetizzazione e introduzione al linguaggio musicale" equivale ad "insegnare italiano ai bambini leggendo libri senza mai insegnare loro a leggere autonomamente".

Dunque, è vero che l'ascolto è utile ma ci sono anche tante altre risorse che andrebbero sfruttate e che spesso purtroppo vengono sottovalutate e trascurate. Molto spesso i bambini imparano a leggere la musica direttamente alle medie, mentre alla scuola primaria non sanno riconoscere le note sul pentagramma e il loro valore, non sanno cosa sia una battuta e magari non conoscono la differenza tra chiave di violino e chiave di basso. La musica è una Lingua e non si può parlare di alfabetizzazione musicale se non la sappiamo leggere e non ne conosciamo la struttura. Studiamo l'alfabeto che ci consente di leggere e scrivere nella nostra lingua madre, allo stesso modo l'alfabeto musicale esiste e andrebbe appreso. Scrive il M° Giovanni Pasini (direttore d'orchestra e violista solista), nella prefazione del libro MusicArte: "Mi viene da pensare anche a una frase del celebre pedagogo musicale Shinichi Suzuki: "tutti i bambini parlano giapponese!". Naturalmente si riferiva ai bambini giapponesi, ma il senso sta nel fatto che - sebbene per noi occidentali una lingua come il giapponese o cinese possa apparire particolarmente complessa - il bambino che vive a contatto con esse non ha nessun pregiudizio a riguardo e le assimila come se fosse la cosa più normale del mondo. Suzuki voleva così dimostrare che ogni bambino ha del talento musicale, basta che sia esposto a questo linguaggio in età precoce e nello stesso modo in cui è esposto alla lingua parlata”. Non si tratta di un apprendimento tanto complicato e insegnarlo già alla scuola primaria rappresenta un'ottima risorsa per i bambini che avranno le basi per ascoltare musica, per leggere musica, per scrivere musica e per fare musica. E sicuramente questo insegnamento sarà ricco di stimoli e di soddisfazioni. Essere in grado di stabilire una relazione tra spartito e pianoforte, ad esempio, è già una motivazione enorme. Vedere che cosa si produce dalla lettura di quei simboli e che ad ognuno di essi corrisponde un suono è una sorpresa, una scoperta. La musica non rimane qualcosa di straordinario, di complicato, qualcosa da ascoltare ma "che fanno gli altri". La musica diventa piuttosto qualcosa di accessibile, qualcosa che io posso anche creare se la conosco.

Maestro Daniele Pasini ci propone un percorso studiato approfonditamente nel corso della sua esperienza, continuamente messo alla prova e in evoluzione. Ma soprattutto ci mostra come la musica non sia solo una materia isolata, ma una disciplina che comunica con tutte le altre. In particolar modo Pasini indaga le relazioni che essa ha con la matematica, la geometria, l'arte e il disegno, nonché con la disciplina sportiva. Lo spartito stesso è considerato come un disegno geometrico in cui tutte le parti che lo compongono sono in perfetta armonia le une con le altre.

Il lavoro di trascrizione è importante non solo in ambito musicale ma anche per educare all'ordine, al linguaggio matematico, alla logica, alla concentrazione e alla pazienza! Importante è il disegno a mano libera e tutti i benefici che ne conseguono. Scrive, ancora, Enrico Deiana (Artista sardo Laureato all'Accademia di Belle Arti di Firenze in "Pittura e Arti Visive"): "Esistono interessanti connessioni e similitudini tra musica, disegno e matematica, come la geometria ad occhio che Daniele utilizza per la trascrizione a mano libera degli spartiti e che contemporaneamente potenzia le capacità disegnative, in quanto si impara a prendere le proporzioni di ciò che si percepisce, oltre a imparare il ritmo visivo che si tramuta in ritmo musicale. Saper prendere le proporzioni senza l'utilizzo di quadrettature o sistemi di ricalco è la base dell'apprendimento delle tecniche figurative, permette di allenare l'occhio alla vita reale e alle problematiche della creazione di opere d'arte.

La copiatura è fondamentale per comprendere un'arte o una tecnica. Essere in grado di riprodurre fedelmente ciò che ci si è prefissati di realizzare è fondamentale per ottenere un perfetto controllo della propria manualità e sviluppare al massimo la propria capacità tecnica. [...] abituarsi a situazioni difficili è il modo migliore per affrontare le situazioni quotidiane che la Vita non manca di presentarci ogni giorno", "Daniele cerca, perciò, di risvegliare gli animi dei propri studenti rendendo l'apprendimento della musica come un gioco, una sfida continua che progredisce di difficoltà ad ogni passo, in modo che essi possano accedere all'universo dell'arte tramite semplici giochi che in realtà sono ponti verso l'educazione musicale".

Personalmente considero che attraverso l'approccio didattico di Maestro Daniele Pasini, si possa lavorare su una molteplicità di aspetti della disciplina musicale e artistica ma al contempo su tanti aspetti delle altre discipline e della persona in sé. Aspetti importanti come ordine, concentrazione e pazienza, ad esempio, andrebbero sviluppati a prescindere dalla disciplina in questione per poter fruire nel modo migliore di qualsiasi contenuto. E probabilmente, e paradossalmente agli occhi di tanti, attraverso la musica si può lavorare su questi aspetti tanto importanti per l'apprendimento di qualunque disciplina logica o di studio, più che con qualunque altra attività didattica. Spesso si tende a scollegare le varie discipline, a concentrarsi sui contenuti e poco sulla piacevolezza degli apprendimenti, sulla soddisfazione che consegue alla messa in pratica delle conoscenze acquisite e della consapevolezza che scaturisce dalla scoperta delle relazioni tra conoscenze e competenze apprese in una disciplina e in un'altra.

Io ricordo sempre quanto mi abbia avvantaggiata nell'apprendere, per fare un esempio, l'argomento delle frazioni alla scuola primaria, aver studiato dall'età di sette anni alla scuola civica di musica. Conoscevo da quell'età il linguaggio musicale, avevo già avuto a che fare con i valori delle note e i tempi che regolano un brano musicale. Grazie alla musica io avevo già interiorizzato il significato stesso di frazione, e non mi è stato affatto difficile studiarlo in matematica.

Questo è un semplice esempio per far capire quanto sia realmente importante e utile la musica e quanto si possano aprire i suoi orizzonti.

E da questo punto di vista, mi chiedo perchè se nelle scuole di musica i bambini possono apprendere il linguaggio musicale già in età precoce, a scuola tale aspetto non sia a volte neanche contemplato perchè probabilmente considerato troppo complesso.

Un altro aspetto che Maestro Daniele illustra in relazione al collegamento tra arte e musica, è la "forte analogia tra l'uso del pennino e la performance musicale. In entrambi i casi si lavora sull'accettazione dell'errore: con il pennino non si può cancellare e, nella performance musicale, non si può tornare indietro ad aggiustare un errore". Ritengo questa considerazione estremamente importante, in quanto non si tratta solo di musica o di arte ma di un lavoro molto più profondo che serve non solo in ambito scolastico ma in qualunque situazione della vita quotidiana che i bambini si trovano e si troveranno in condizione di affrontare. Una cosa che non sopporto è vedere i bambini usare matita e gomma o penna cancellabile. Perché si inizia così e poi si passa alla penna non cancellabile? Prima si deve essere ordinati e dopo non conta più? O l’ordine diventa un’ossessione tale da dover strappare la pagina ad ogni errore perchè non accettato? I bambini perdono anche interesse a scrivere bene una volta che si passa da uno strumento all'altro. Ma cosa ancora peggiore, non sono in grado di accettare l'errore, che da sempre è visto come qualcosa da cancellare. Che ne è stato di "sbagliando si impara"? Con un errore si riflette e vedere un segno rosso, una barra, qualunque segno faccia capire che quello è un errore e affianco ad esso la correzione, rende i bambini consapevoli di quello sbaglio e li aiuta a tenerlo impresso. Vedere le correzioni aiuta i bambini a concentrarsi e a sbagliare di meno per evitare il disordine e per migliorarsi. Vedere il miglioramento, i propri progressi, dà loro una motivazione in più, una grande soddisfazione nel constatare quanto cambia la quantità di segni di correzione dall'inizio del quaderno a ora. E quando sbagliano e sbaglieranno sapranno come reagire, come andare avanti, come fare di quell'errore un'opportunità.

È vero, non tutti i docenti hanno una preparazione tale da poter impartire lezioni di musica. Oramai però, per insegnare bisogna laurearsi in Scienze della Formazione Primaria, e chiunque, pur non avendo mai studiato musica in tutta la sua vita, ha l'opportunità e l'obbligo di sostenere l'esame di Fondamenti e Didattica della Musica. Per cui, sento di poter asserire che ora le conoscenze, le basi per lo meno, ci siano. E in letteratura ci sono numerose risorse da utilizzare a tal proposito. Diversi autori si sono occupati dell'argomento. Tra queste, ancora, sento di dover citare Daniele Pasini, che ha svolto un lavoro completo e originale, elaborando un metodo innovativo per l'insegnamento di queste discipline tanto sottovalutate quanto intrinsecamente ricche di importanza.

Pasini ha scritto più di un libro per parlare del suo Metodo MusicArte, per spiegare i collegamenti tra le discipline che affronta e per poterlo rendere accessibile a tutti, insegnanti, genitori e studenti, grazie alla sua Guida e al suo Eserciziario. Il linguaggio con cui si esprime è scorrevole e si presta ad una piacevole e istruttiva lettura da parte di chiunque abbia o non abbia mai studiato musica. 

Apprezzo inoltre il fatto che il suo metodo sia costantemente messo alla prova nelle sue classi e che nelle revisioni dei suoi libri lui lo metta in discussione aggiornandolo e migliorandolo, con lo spirito che dovrebbe caratterizzare ogni pedagogista, insegnante e figura educativa. Al contrario di tanti, che invece cadono nell'errore di mantenere sempre la stessa idea di partenza senza revisionarla, adattarla alla situazione e metterla in discussione qualora non si riveli efficace. 

È inoltre ammirevole la passione con cui Daniele Pasini parla del suo metodo, mostrando quanto sia importante che questi aspetti siano effettivamente interiorizzati da chi si occupa della formazione dei bambini.

Non desidero entrare eccessivamente nel dettaglio teorico. Questo articolo, come sopracitato, voleva essere piuttosto una riflessione. Sono partita dal Metodo di Daniele Pasini ma ho voluto divagare come la mia mente mi imponeva nei ragionamenti e nei rimandi mnemonici della mia esperienza. Non intendo dunque inserire questo articolo nella sezione delle recensioni, quanto piuttosto nella sezione degli articoli teorici, sebbene io non sia proprio convinta della categoria precisa all'interno della quale inserirlo, in quanto contiene un pò di entrambi. Non mi sento però di inserirla nelle recensioni in quanto attendo di inserire in tale sezione un articolo che scriverò in seguito alla lettura approfondita dell'ultimo libro pubblicato all'inizio di dicembre da Maestro Daniele Pasini, in cui esplicita il suo metodo dopo una profonda revisione del primo libro. Sottolineo, inoltre, la splendida iniziativa di Maestro Daniele Pasini, di devolvere una parte degli incassi di questo libro ai progetti dell'associazione Operazione Africa, e di aver più in generale scelto di abbinare ad ognuno dei suoi libri un'assocciazione (specificate nei link dei libri che riporto qui sotto).

Allego il link Amazon dei libri, ordinabili anche nelle librerie, con la speranza di aver stimolato la curiosità dei lettori in relazione ai temi trattati e al metodo MusicArte. Anche in quest'ottica, questo articolo vuole essere un invito alla lettura dei libri e funge da introduzione al metodo, non da riassunto. Ho per questo ripreso particolarmente le prefazioni, nel tentativo di indurre ad uno studio approfondito, piuttosto che ad una semplice lettura di un riassunto, che non sarebbe in grado di restituire adeguate conoscenze e ridurrebbe la fruibilità e la piacevolezza della lettura dei libri scritti dall'Autore e Ideatore del Metodo, frutto di sperimentazione e anni di lavoro che merita attenzione e interiorizzazione.

1) "MusicArte - Musica Arte Immagine nella scuola primaria" (una panoramica sulle sperimentazioni dei primi due anni, in cui emerge una visione globale del collegamento tra musica, disegno, matematica e geometria), come detto, questo libro è abbinato all'associazione Operazione Africa, scelta in relazione al fatto che nel libro parla di come allenare la genialità con poco materiale; 

2) "Eye training & Ear training: Tabelle di allenamento" [sviluppa la relazione profonda tra memorizzazione di suoni (ear training) e memorizzazione di lunghezze (eye training), mostrando come una visione sportiva possa aiutare nell'interiorizzazione di alcuni aspetti comuni tra musica e disegno. Sono inoltre presenti altri aspetti teorici a completamento del primo libro, su toni, semitoni, intervalli (maggiori e minori), bicordi, accordi, rivolti e circolo delle quinte ascendenti e discendenti], dedicato alla Turris Eburnea, che è un'associazione che si occupa di evangelizzare attraverso sfilate di moda; 

3) "Pianeta MusicArte: Guida per insegnanti, famiglie e studenti" (la Guida include anche una proposta di Programmazione) [uno strumento che aiuta a calare nella didattica di tutti i giorni quanto detto nei libri precedenti. È completo di una proposta di Programmazione, dalla prima alla quinta primaria], allegato alla Comunità Mariana Oasi della Pace, in quanto rappresentante dell'importante legame di Pasini con Medjugorje, che ha contribuito alla sua formazione umana e che ha ispirato il suo primo CD; 

4) "Eserciziario di musica per gli alunni della scuola primaria” (il libro per gli alunni, concepito per essere usato dalla classe seconda alla classe quinta), questo abbinato all'associazione Meter ONLUS, che si occupa del contrasto alla pedopornografia in rete.

Ogni libro mantiene una sua peculiarità specifica e alcuni argomenti vengono ripetuti per permettere al lettore di interiorizzare determinate regole.

Allego inoltre il link di un’intervista in cui Maestro Daniele Pasini parla del suo metodo e dei suoi libri. (minuto 9 circa).

Nelle immagini allego, infine, la locandina dei corsi online organizzati da M° Daniele Pasini sul Metodo MusicArte.

Concludo con un altro estratto tratto dalla prefazione di Giovanni Pasini: “Il ruolo della scuola è quello di fornire strumenti per “capire” e “sentire” il fenomeno artistico dal più semplice al più complesso, dopodichè sta all’individuo fruirne secondo i propri gusti e preferenze. [...] Il metodo qui illustrato [...] espone i bambini ignari e lontani da qualsiasi pregiudizio allo studio degli spartiti musicali didattici di Bartok e Bach e li rende familiari con le strutture sia musicali sia visive delle opere musicali.tre l’orecchio ascolta la mano disegna e i due mondi apparentemente lontani paiono un tutt'uno nella mente del bambino. [...] Le arti e la creatività sono intimamente legate alla qualità della vita di una società. I bambini ne sono i primi portatori “liberi” [...]”. Essi diventeranno forse degli artisti, o saranno di altri spettatori e fruitori, nella speranza che in età adulta possano creare “un circolo virtuoso dove gli artisti saranno stimolati da un pubblico capace di confrontarsi con gradi di complessità diversi per un accesso alle Arti liberi da pregiudizi”.

Vorrei iniziare questo articolo dalla B di BAMBINI, il punto di partenza e l’orizzonte del mio percorso, che mi permetterà di diventare per loro un’accompagnatrice nel periodo più enigmatico della loro vita.

Ritengo che il lavoro per cui mi sto preparando sia una vera sfida, perché è davvero difficile capire cosa sia meglio per un bambino. Una delle cose più importanti e preziose che un’insegnante dovrebbe fare, è riuscire ad essere flessibile, fermarsi un attimo e valutare quali siano i bisogni individuali di ogni bambino, le sue difficoltà e i suoi punti di forza, cercando di dosare il metodo di insegnamento su queste osservazioni. Perché bisogna tutelare il suo percorso di apprendimento, e per riuscirci bisogna tutelare prima di tutto la sua infanzia e i suoi bisogni, educativi e formativi.

Credo che alla base del processo educativo debba esserci un patto comunicativo tra il bambino e il suo modello di riferimento. Ogni bambino deve avere la possibilità di potenziare la sua zona di sviluppo prossimale e noi dobbiamo porci come dei facilitatori, che li guidino attraverso il dialogo e spunti di tipo anche creativo, verso l’auto-scoperta. Dovremmo porci come difensori dei bambini e delle loro potenzialità, aiutarli a diventare consapevoli di ciò che sanno e di ciò che potrebbero imparare, trasmettendo loro la nostra motivazione e il nostro interesse per l’apprendimento, che non deve essere un’imposizione, ma un dono che noi facciamo ai bambini.

Dunque, la prima cosa da fare è aiutarli a conoscere sé stessi e capire le proprie intenzioni, i propri bisogni e le proprie emozioni, aiutarli a saper chiedere aiuto. Perché l’importante non è che ci dimostrino di saper fare qualcosa, ma che abbiano interesse di imparare e si sentano protetti e tutelati da noi, oltre che liberi di comunicare.

Inoltre, attribuisco grande importanza al gioco e all’attività motoria, attraverso cui stimolare le abilità percettive che sono alla base del processo di apprendimento. E soprattutto attribuisco importanza alle pause: troppo spesso si pensa a finire il programma e troppo poco a quanto tempo stiamo dando ai bambini per assimilare e interiorizzare tutte le informazioni.

Consiglio la visione dei video di Daniela Lucangeli, "I mercoledì della lettura" (CLICCA QUI), su cui ho basato la mia riflessione. Esperta di psicologia, Daniela Lucangeli insegna Psicologia dello sviluppo presso il Dipartimento di Psicologia dello sviluppo e dei processi di socializzazione (DPSS) dell'Università degli Studi di Padova. Dopo una breve introduzione nel primo video, spiega cosa significa apprendere attraverso ogni lettera dell’alfabeto.

Ho già scritto alcuni articoli per illustrare l'unità di apprendimento sulla narrazione di sé. In questo articolo vorrei approfondire l'argomento "narrazione", dal punto di vista della psicologia culturale di Jerome Bruner, uno dei più importanti e noti psicologi contemporanei.

Bruner vede il processo narrativo come un vero e proprio meccanismo di sviluppo e di comprensione della realtà. Quando i bambini arrivano a scuola e noi cerchiamo di insegnare loro a raccontare le storie, in realtà stiamo solo dando loro contenuti e spunti di riflessione che li espongono a storie sempre più interessanti e articolate, permettendo loro di esprimere al meglio questa potenzialità. Potenzialità che non si insegna, ma si allena, in quanto vera e propria modalità di funzionamento del cervello, che è naturale per il bambino in quanto appresa all'interno delle routine molto precoci in famiglia.

COS'È UNA ROUTINE? Approfondirò l'argomento in un altro articolo, ma per ora ci interessa sapere che corrisponde alle abitudini che noi creiamo per i bambini, permettendo loro di non perdersi in un senso di disorientamento e di sentirsi protetti all'interno dei contesti in cui li accompagnamo.

In che modo la routine può aiutare lo sviluppo del processo narrativo? 

Innanzitutto, bisogna dire che la narrazione fornisce al bambino anche una struttura per le narrazioni linguistiche e presuppone quattro componenti fondamentali:

  1. L'agentività: che corrisponde alla capacità di capire che gli individui compiono azioni dirette a uno scopo (nelle storie il protagonista avvia il racconto con l'intenzione di raggiungere un obiettivo)
  2. La sequenzialità: che consiste nel capire che gli eventi sono ordinati e collegati tra loro in quanto si susseguono secondo una particolare sequenza (nelle storie il racconto segue una particolare successione di sequenze)
  3. La sensibilità ai cambiamenti: capacità di riconoscere un cambiamentoù , una novità (nelle storie avviene il cosiddetto "colpo di scena" che sconvolge il racconto"
  4. La prospettiva: la capacità di assumere il punto di vista degli altri (nelle storie ci sono tanti personaggi e tante prospettive)

Come influisce la routine su queste componenti del pensiero narrativo?

  1. Innanzitutto, attraverso le abitudini che si sviluppano per soddisfare i bisogni primari del bambino. Il bambino inizia a capire che l'adulto (il genitore in genere) è indipendente da lui ma che agisce per uno scopo che in questo caso può essere, ad esempio, nutrirlo, lavarlo, aiutarlo ad addormentarsi.
  2. Inoltre, se i bambini fanno parte di una routine, sono abituati a svolgere delle azioni in modo sequenziale. Infatti la routine altro non è che la concatenazione di azioni che seguono una sequenza ben precisa (ordinata e prevedibile) per poter essere realizzate.

Dunque bisogna precisare che in questo caso Bruner si distacca da Piaget, che sosteneva che la sequenzialità si sviluppa con la nascita del pensiero logico. Mentre, secondo questa teoria, deriva dall'esperienza sociale.

E, se il bambino è abituato a una sequenza ordinata e prevedibile di azioni che si susseguono, è anche in grado di riconoscere quando, all'interno di questa sequenza, viene introdotto un cambiamento. Se un bambino non fosse inserito all'interno di una routine, non sarebbe in grado di distinguere l'arrivo di una novità. Questo è molto pericoloso, perché influisce anche emotivamente sul bambino, che si sente disorientato. Ad esempio, quando un bambino gioca con la mamma e ad un certo punto la mamma fa qualcosa di inaspettato, il bambino se ne accorge. Magari in un gioco con le bambole viene introdotto un dinosauro, ecc. E magari suscita il riso del bambino, perchè questo è in grado di vedere la novità, l'elemento che si distacca dal gioco con le bambole a cui è abituato e lo sconvolge. E questo è un bene, perché, se non ci fossero variazioni nelle routine, il bambino andrebbe incontro al cosiddetto fenomeno della "abituazione", che possiamo dire corrispondere alla comunemente nota "noia, mancanza (o meglio, perdita) di interesse". Infatti anche a scuola è importante evitare di utilizzare sempre lo stesso metodo e sempre gli stessi materiali. (ma su questi aspetti tornerò dettagliatamente in un altro articolo dedicato alla routine)

Ancora, le routine stabiliscono anche delle interazioni con gli altri. Il bambino quando è molto piccolo, come diceva Piaget, è caratterizzato dall'egocentrismo cognitivo, ossia dall'incapacità di cogliere prospettive diverse dalla propria (basta pensare ai nascondigli che scelgono quando giocano: si nascondono dietro le mani o dietro una tenda ecc). Il superamento dell'egocentrismo cognitivo può essere sostenuto in larga parte dalle routine, attraverso cui il bambino svolge anche attività con gli altri, entra in conflitto con loro e inizia a vedere che gli altri non vedono effettivamente quello che vede lui. Magari, piano piano, può anche iniziare a mettersi d'accordo con gli altri per agire verso uno scopo comune. E questo già lo fa quando collabora con la mamma nei momenti della pappa o del bagnetto ad esempio, perché si crea proprio quel formato di attenzione condivisa di cui parla Bruner.

C'è da dire anche, che se il pensiero narrativo fornisce una struttura per le competenze linguistiche, non può non fornire le unità di base della grammatica universale: soggetto, predicato e complemento. Il bambino grazie alle routine che stimolano il pensiero narrativo, capisce che ci sono:

  • un protagonista che compie un'azione,
  • l'azione compiuta,
  • e un destinatario dell'azione.

Per questo è molto utile stabilire delle routine in cui ci sia l'alternanza di turno: ad esempio, durante il bagnetto due fratellini possono alternarsi, per iniziare a capire che quando viene lavato uno, quello è il soggetto, quando viene lavato l'altro diventa lui il soggetto. Anche quando il bambino mangia la pappa e la mamma alterna un cucchiaino al bambino e uno a lei, il bambino sta iniziando a capire che quando mangia la mamma è lei la protagonista, quando mangia il bambino è lui il protagonista.

Di conseguenza, quando noi insegniamo la grammatica a scuola, non stiamo facendo altro che dare un nome formale alle strutture linguistiche che i bambini hanno già appreso all'interno delle routine molto precoci in famiglia e grazie al pensiero narrativo. Per questo bisogna stimolare tanto la narrazione.

Dunque la narrazione è importante per il bambino, in quanto gli fornisce una struttura per le competenze linguistiche.

Ma il pensiero narrativo è importante per il bambino anche perché gli consente di riordinare i propri vissuti e di organizzare le proprie conoscenze.

Come? Perché innanzitutto la narrazione prevede che ci siano dei personaggi che agiscono intenzionalmente per uno scopo e che provano delle emozioni. Dunque il racconto non è solo una successione di eventi, ma è una concatenazione di azioni che si susseguono e che sono anche finalizzate e dipendono dalle intenzioni del protagonista e dalle sue emozioni.

Inoltre, grazie al pensiero narrativo, le conoscenze si organizzano orizzontalmente.

Cosa che non succede con l'opposto pensiero paradigmatico, che invece si organizza in modo verticale e gerarchico, assumendo la classica forma ad albero con una gerarchia. Questo tipo di pensiero è utile per gli apprendimenti formali come quelli scientifici, in cui i collegamenti tra i concetti non sono dati da una successione ma dai significati. Un pensiero narrativo può invece essere utile per lo studio della storia, in cui ci sono anche concetti da memorizzare, come date e nomi, ma ciò che davvero dà coerenza a questo tipo di apprendimento è la narrazione che i bambini si creano degli eventi che gli stiamo proponendo.

Per concludere l'articolo propongo un consiglio: per stimolare la narrazione dei bambini, vista la sua importanza, è essenziale non fare loro domande che prevedono come risposta solo un si o un no. Piuttosto, fare delle domande che prevedano il racconto. Qualora il bambino non fosse incline a raccontare, ad esempio quando torna a casa e risponde "niente" alla classica domanda "cosa hai fatto oggi a scuola?", l'adulto non dovrebbe fermarsi lì e chiudere il discorso o cambiare argomento. Piuttosto, dovrebbe cercare di dare un modello di narrazione al bambino, iniziando lui stesso a raccontare cosa ha fatto, perché così piano piano il bambino è portato ad intervenire nel discorso, seguendo il modello proposto.

Vi ricordo, inoltre, che una buona proposta per stimolare il pensiero narrativo del bambino, è quella dell'utilizzo delle carte inventafavole. Se non avete ancora letto l'articolo, passate a dargli un'occhiata. Presto arriveranno anche altre proposte simili!! E se volete approfondire l'aspetto della narrazione più introspettivo, andate a leggere gli articoli sulla narrazione di sé, che propongono un'intera unità di apprendimento per stimolare questo tipo particolare di narrazione durante tutto il percorso della scuola primaria.

Giovedì, 30 Aprile 2020 07:44

Corpi Bambini - sprechi d'infanzia -

Questo articolo contiene una riflessione ispirata al video che potete trovare al seguente link e che vi consiglio vivamemte di guardare:

https://vimeo.com/78472587

Vorrei iniziare questa riflessione esprimendo il mio stupore che, nonostante la consapevolezza, rimane forte. Ancora mi risulta difficile accettare l’esistenza di queste realtà, eppure so che, se è vero che prima l’infanzia “non esisteva”, è vero anche che adesso abbiamo solo un’illusione dell’esistenza dell'infanzia bambini che passano ore da soli e fermi davanti alla TV o ai videogame, ma anche bambini che hanno un agenda di impegni più fitta di quella di un adulto e che NON HANNO TEMPO per fare le cose più semplici ma allo stesso tempo più importanti per un bambino; bambine che sfilano e posano in veste di piccole donne con abiti e atteggiamenti inadatti per la loro età, bambini che cantano canzoni di cui neanche conoscono il significato, bambine che si filmano per mostrare sui canali online i passaggi che compiono per truccarsi; bambini che muoiono di fame e altri che mangiano troppo; e così via.

L’adultizzazione non è un fenomeno superato, ha solo cambiato volto.

La cosa peggiore probabilmente non è il comportamento dei genitori, in quanto non esiste un manuale che spiega come essere dei buoni genitori e cosa è meglio per i propri figli e sicuramente la maggior parte di essi sbaglia pur credendo di fare la cosa migliore per i propri bambini. La cosa peggiore è quella che porta i genitori a sbagliare pur credendo di fare il giusto, perché, ad esempio, non può esserci uno spettacolo senza spettatori, e le bambine che vengono ridotte a mero spettacolo non sono altro che la rappresentazione di una mentalità diffusa che porta il pubblico alla fruizione di data esibizione. Nelle gare di canto per bambini il giudizio viene espresso da adulti che vogliono conoscere talenti emergenti, i bambini canteranno canzoni da adulti, assumeranno atteggiamenti da adulti e cercheranno di sembrare piccoli adulti.

Io penso che la scuola, da questo punto. di vista possa assumere un ruolo importante. Essa infatti è probabilmente uno degli aspetti che nel mondo dell’infanzia ha subìto realmente un’evoluzione e i docenti per primi devono poter essere sensibilizzati alla consapevolezza, responsabilizzati affinché affrontino essi stessi un dialogo con le famiglie che le aiuti a diventare consapevoli, soprattutto in riferimento alle tematiche più semplici, più comuni e date maggiormente per scontate: si parla spesso dei bambini che soffrono la fame e che vivono in condizioni più svantaggiate, mentre non ci si accorge che i nostri bambini fanno e hanno talmente tante cose che si attaccano al materiale e non sviluppano dei veri interessi, delle passioni. Non sanno desiderare perché ottengono tutto sùbito e non imparano a gestire l’attesa, ad essere pazienti, e non distinguono tra ciò che desiderano per un momento e ciò che invece desiderano realmente. Non viene data loro occasione di scegliere, di sviluppare una propria personalità perché viene chiesto loro di imitare. Non sanno prendere decisioni perché sottostanno alle decisioni di chi prende le loro veci.

Al contempo passano ore davanti alla televisione o ai videogiochi, da soli, davanti a uno schermo che spesso li istiga alla violenza e propone immagini pensate per adulti. E poi non sanno socializzare, relazionarsi con gli altri bambini, giocare con loro. 

È vero, bisogna aiutare i bambini a crescere ma soprattutto bisogna aiutarli ad essere bambini.

 

Vi chiedo di scrivermi le vostre riflessioni a riguardo. Spesso non ci accorgiamo di tante cose perchè sembrano normali. Crediamo di aver fatto tanti progressi ma in realtà molte cose hanno solo cambiato la forma con cui presentarsi. Non ho affrontato in questa riflessione tutti i temi del video, perchè vorrei che da questo articolo nascesse una discussione a partire dalla visione del video intero. Le mie osservazioni riguardano principalmente gli aspetti che vengono dati maggiormemte per scontati e che passano inosservati a causa del contesto culturale in cui sono inseriti. Vorrei piuttosto dedicare (in un secondo momento) degli articoli specifici all'approfondimento più dettagliato di vari argomenti trattati nel video.

Sabato, 28 Marzo 2020 19:07

Evoluzione della scuola italiana 6

 

 

In conclusione, è opportuno descrivere come è organizzato attualmente il sistema scolastico italiano, che, possiamo ribadire, si basa sui princìpi di sussidiarietà e autonomia.

 

Per quanto riguarda il primo ciclo di istruzione, esso comprende 8 anni di frequenza obbligatoria, anticipati dai tre anni non obbligatori della scuola dell’infanzia (per gli alunni in età prescolare, da 3 a 6 anni) e seguiti dal secondo ciclo d’istruzione. 

 

Il primo ciclo di istruzione si suddivide in scuola primaria, di 5 anni (alunni/e da 6 a 11 anni), e scuola secondaria di I grado, di 3 anni (alunni/e da 11 a 14 anni). 

 

Lo Stato deve garantire a tutti i cittadini la possibilità di accedere alle istituzioni scolastiche e di tener fede all’obbligo di frequenza, rimuovendo ogni ostacolo economico e sociale. È, inoltre, dovere dei genitori provvedere al mantenimento dei figli e alla loro istruzione, in linea con le loro aspirazioni, perché possano realizzarsi in tutte le loro potenzialità individuali e raggiungere il successo formativo. 

 

In accordo con la legge del 1977, gli alunni affetti da disabilità devono poter avere pari opportunità di frequentare la scuola, e devono essere affiancati da un insegnante di sostegno che operi integrazioni e interventi individualizzati, per guidare l’apprendimento dello studente disabile, e ha inoltre il dovere di collaborare con gli altri insegnanti per impostare un progetto di recupero, di collaborare con le famiglie e di collaborare con le strutture sanitarie del territorio.

 

Le istituzioni scolastiche devono stabilire un’offerta formativa completa ai fini di garantire la piena formazione dell’uomo e del cittadino in tutti i suoi aspetti, e di renderlo capace di esercitare autonomia di apprendimento nel corso di tutta la sua vita. Devono far riferimento alle Indicazioni Nazionali ed ai princìpi in essa definiti e garantire le basi agli studenti, per poter dar luogo ad una convivenza democratica e diventare cittadini non solo italiani, ma anche europei e del mondo.

 

 

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